Il 19 e 20 febbraio si sono tenuti i campionati di atletica indoor assoluti. Non sono mai stato un grande appassionato di atletica, sempre ammettendo, però, l’eroica pertinacia di chi la pratica, specie nel nostro paese, dove i più fortunati finiscono in uno dei corpi militari nazionali, guadagnando il minimo indispensabile per vivere. Niente di paragonabile non soltanto a calcio e tennis, ma anche a basket, pallavolo, ecc.
Per fare atletica ci vuole passione, e tanto sacrificio. E molto talento. L’atletica ti fa diventare migliore, quando riesci a non ricorrere a sostanze dopanti o altre robe del genere. Non stimola atteggiamenti di odio verso l’avversario, ma lealtà e amicizia verso che va più o meno forte di te, chi lancia il peso più o meno lontano, chi salta l’asticella più in alto o più in basso di te.
Sono indirettamente entrato nel mondo dell’atletica attraverso João, che ho adottato appena prima che compisse i 18 anni, dandogli la nazionalità italiana (lui aveva quella mozambicana), e che per questo porta il mio cognome. Oggi milita nell’Esercito, fa parte stabilmente della nazionale italiana, e con l’atletica ha realizzato la sua vocazione. Nei pochi momenti liberi, si ritrova spesso coi suoi avversari, che una volta lo sconfiggono, e un’altra lo subiscono. Ma sono amici, si allenano insieme, e poi, al momento della gara, ognuno per sé. L’altletica è anche questo.
Ad Ancona João è arrivato secondo sui 1500 metri. Ha perso per un centesimo di secondo, dopo essersi fatto tutta la dirittura di arrivo in testa. Un attimo dopo ha abbracciato il suo avversario, che si è laureato campione italiano indoor assoluto. Non mi stupirei se in uno di questi fine settimana si dovessero ritrovare da qualche parte d’Italia per allenarsi insieme e magari mangarsi una pizza.
Il suo avversario di Ancona si chiama Yassin Bouih. È un italiano di seconda generazione, nato a Reggio Emilia nel 1996 da genitori marocchini. Dopo aver praticato il calcio per diversi anni, ha poi scelto l’atletica. Scelta che si è rivelata vincente, visto che oggi milita nelle Fiamme Gialle e i risultati parlano da soli. Come João, anche Yassin studia all’università: João fa Scienze Politiche a Pisa, Yassin Giurisprudenza a Camerino.
Per curiosità, sono entrato nella pagina della FIDAL, giusto per vedere i nomi dei vincitori delle varie gare. Eccone alcuni: Fofana Hassane, nato a Gavardo (Brescia) da genitori della Costa d’Avorio; Ayomide Folorunso, nata a Abeokuta, in Nigeria, che di gare ad Ancona ne ha vinte addirittura due; Dariya Derkach, ucraina naturalizzata italiana. Poi ho voluto approfondire, per vedere se ci sono altri atleti italiani in nazionale di origine non italiana. Ho trovato Yemaneberhan Crippa, nato a Wollo (Etiopia), campione italiano assoluto di maratona, con due titoli eurpei juniores, adottato, insieme ai suoi 8 fratelli, dalla coppia Crippa di Milano; Mohad Abdikadar Sheik Ali, di origini somale, con statuto di rifugiato. Poi ce ne saranno anche altri, per ora sono riuscito a identificare questi.
Mi sono chiesto se l’inserimento di questi atleti in squadre professioniste italiane e nella stessa nazionale ha senso. Allora mi sono ricordato di Salvini e del pensiero “forte” a lui contiguo, per capire che farne di questi italiani “naturalizzati”. Ho pensato che, se in Francia la maggioranza o quasi pensa che la Le Pen abbia ragione a voler issare barriere contro questa gente, se negli Stati Uniti Trump ha vinto le elezioni e ha addirittura fatto della lotta all’immigrazione il suo punto centrale, se in Ungheria non vogliono più vedere facce straniere neanche di passaggio, se in Austria l’estrema destra stava per vincere le presidenziali, se in Italia Salvini e la Lega hanno consensi crescenti, significa che sono io a essere fuori dai tempi.
E ho concluso che devo trovare un argomento che mi faccia giungere alle stesse conclusioni di Salvini. E l’ho trovato! Salvini, questa volta, ha ragione: questi atleti dovrebbero tornarsene tutti nei loro paesi, ma non per le ragioni che lui sostiene. Ossia, non perché uno o una un po’ più scuro di noi (o molto più chiaro o chiara) ci stia poi tanto male nelle foto ricordo dei podi nazionali e internazionali. O perché sotto la maglia azzurra ci deve essere per forza un bianco o una bianca. No: è perché noi, che abbiamo adottato questi ragazzi e ragazze, abbiamo voluto che studiassero in Italia, consentendo loro di trovarsi un lavoro dignitoso nelle forze armate attraverso l’atletica, volendo il meglio per loro stessi, abbiamo partecipato a una operazione di impovermento di quei paesi, quasi tutti africani, da dove provengono, cooptando alcune delle loro migliori risorse verso un paese ricco. Che, in non pochi casi, anche nello sport, li omaggia tirando loro banane nelle gare sportive o dirigendo loro insulti razzisti.
Il fatto che, poi, l’atletica italiana sarebbe ancora peggiore di quello che è, oggi, senza la loro presenza, interessa poco o niente all’italiano medio, appassionato assai più, come lo sono io, al grande calcio stellare dove i miloni di euro sembrano noccioline.
Invito quindi tutti questi atleti a tornarsene nei loro paesi: andate, gareggiate per i vostri stati africani o comunque non italiani, mettete su scuole di atletica, diffondete questa sana pratica sportiva fra i ragazzi e le ragazze come voi. Lo dico anche a João, torna in Mozambico e contribuisci direttamente alla crescita del tuo paese di origine. Fatelo, per favore, così, almeno per una volta, potrò dire di essere stato d’accordo con Salvini e il pensiero unico e mi sentirò più “normale”.