Questo numero di “Savana” [settimanale mozambicano privato] non è soltanto il primo (per concepimento) dell’anno, del decennio, ma è, anacronicamente e paradossalmente, il primo del secolo XXI. In tutte le grandi civiltà antiche – probabilmente dai sumeri – la preoccupazione di organizzare il tempo, contare cronologicamente i giorni, registrare l’evoluzione e commemorare eventi in date fisse portò, insieme alla scienza (astrologia e astronomia) e alla religione, all’invenzione dei calendari.
I più antichi e conosciuti sono il calendario ebraico (formulato nell’epoca dell’Esodo, intorno all’anno 1447 a.C., un calendario lunisolare, che prende in considerazione il ciclo lunare e il ciclo solare); il calendario egizio (il primo basato nel ciclo lunare e poi solare); il calendario Maia (creato nel 550 a.C. e composto da un calendario civile (Haab) e da uno religioso (Tzolkin); il calendario cinese (lunisolare, che considera i cicli del sole e della luna, cominciando con l’imperatore Huaang Di); il calendario islamico (chiamato anche Egirico, a causa del suo inizio con l’Egira, la fuga del profeta Maometto dalla città della Mecca verso Medina nel 622 d.c.); il calendario etiope (col l’inizio dell’anno nel giorno 11 settembre del calendario gregoriano; il calendario giuliano (elaborato dall’imperatore Caio Giulio Cesare, nel 46 a.C.) e, infine, il calendario gregoriano (creato dal monaco Dionisio nel secolo VI, ma ufficializzato soltanto dal 1582, col papa Gregorio XIII). Quest’ultimo sostituì il calendario giuliano e serve oggi da base per l’insieme delle relazioni internazionali fra i popoli.
Il calendario ha a che fare con kronos (la cronologia), la successione dei giorni e delle notti, ed è di questo che si sono occupati, in tutti i tempi e in tutte le civiltà, gli astronomi, gli astrologi e, dall’epoca moderna, i geografi.
La Filosofia (come certe teologie), quando guarda al tempo ricerca il kairos, il senso del tempo. Il lavorio principale di coloro che si dicono o si occupano di filosofia consiste nel cercare il senso del tempo; come dice Hegel, la Filosofia è il tempo appreso per concetti. Ciò significa che la visione filosofica del tempo supera il tempo dei calendari e le categorie degli astrologi e dei geografi.
È in questo senso che lo storico britannico Eric Hobsbawm può parlare del lungo secolo XIX, lasciando intendere che le ragioni e lo spirito che hanno caratterizzato il secolo XIX hanno superato la cronologia del calendario gregoriano, che prevedeva che terminasse nel 1900, ma in realtà terminò (per motivi storici), nel 1914.
Le determinanti storiche del secolo XIX erano state, in maniera quasi patologica, contrassegnate dalla nascita dei nazionalismi (Italia, Germania…). Solo che questi nazionalismi si sono catapultati nel secolo XX con inedita aggressività e stanno all’origine della prima e della seconda guerra mondiale. Per questo, dal punto di vista del senso della storia – per dirla con Carl Lowith – il secolo XIX è terminato soltanto quando l’attore storico “nazione” è collassato, ed è stato gradualmente sostituito dall’emergere di un nuovo attore, il “post-nazionale”.
Il breve secolo XX, iniziato, secondo Hobsbawm, nel 1914, termina soltanto nel 2020, non a causa del Coronavirus, sebbene questo sia servito da punto di cesura.
Il secolo XX, oltre ad avere sostituito le nazioni con organismi sovranazionali (ONU, OMC, OPEP, CE… ), è stato anche caratterizzato da uno scontro ideologico fra due imperialismi, ma soprattutto, dalla trasformazione graduale del liberalismo politico in ultraliberalismo economico, coi suoi corollari di sfruttamento eccessivo della natura, privatizzazioni dello spazio pubblico, accentuazione delle discrepanze sociali fra persone e nazioni.
Dal lato africano, se insieme ai paesi dell’Asia si era scommesso su “indipendenze non allineate”, il “soleil des indépendences” (come scrive il poeta Lopez) fu obbligato a inscriversi e per questo fagocitato, prima dalle ideologie in opposizione, poi dal disumanismo neoliberale. Il coronavirus, il divisore delle epoche, ha fatto implodere le principali incongruenze storiche, che il secolo XX si attardava a riconoscere:
a. La centralità della questione ambientale e dei mutamenti climatici (sollevata, filosoficamente, in primis, da Hans Jonas), a causa dell’eccessivo sfruttamento dell’uomo sull’ambiente (e sugli altri uomini).
b. L’insostenibilità sociale di un neoliberalismo incentrato unicamente sulla speculazione finanziaria e sul profitto, a spese del lavoro e dell’economia;
c. Un ordine politico mondiale incongruente rispetto alla realtà dei tempi e sostituito dalla violenza, non soltanto da parte di stati prepotenti, ma, ancor peggio, dalla violenza assai più perniciosa delle multinazionali utilitariste, che non obbediscono a nessun altro credo che non sia il profitto.
d. Una società-mondo sempre più interessata al controllo e meno democratica.
Il secolo XXI si apre, per ragioni ovvie, coi riflettori puntati verso il palcoscenico dello spazio geopolitico del Mozambico.
Se i mutamenti climatici sono chiaramente un fenomeno globale (foresta amazzonica, disgelo dei ghiacciai, aumento del livello del mare, riscaldamento termico, inquinamento dell’ambiente…) con IDAI e Kenneth – e le catastrofi che, secondo tutte le previsioni necessariamente continueranno ad abbattersi su di noi (l’unica questione è quando arriveranno) – il Mozambico è divenuto il centro dell’attenzione mondiale, quale luogo di prova per gli scienziati, le Grete Thunberg e tutti gli ecologisti del mondo, provando che i mutamenti climatici sono una realtà.
Per molti critici e osservatori internazionali, la sconfitta dello shit hole presidente degli Stati Uniti è stata una liberazione dall’oscurantismo, dalla stupidità, dall’ignoranza, dal razzismo e da tanti altri aggettivi simili. Ma essa può anche significare la sconfitta di un capitalismo industrioso, produttivo e il ritorno accelerato di un capitalismo parassitario e di speculazione (assecondato da droni mortiferi) di Wall Street.
‘Barack Obama’ sara ufficialmente investito nel gennaio del 2021 per il suo terzo mandato. Dato che viviamo in tempo di COVID-19, andrà mascherato da Joe Biden, il che significa un ritorno in forza di un capitalismo finanziocratico, con banche e speculazioni a occupare un posto preponderante, com’era accaduto nel suo primo mandato, con la crisi dei subprime, in cui furono i lavoratori, i contribuenti, i poveri e il terzo mondo a finanziare e a pagare per i debiti delle banche e degli speculatori.
Questa volta, Obiden (Obama +Biden) può contare su un alleato di peso, i big data, da ora in poi egemonici, che non si accontentano più di essere strumenti di manipolazione dell’economia e della politica-mondo, ma rivendicano, prepotentemente, la loro supremazia, arrogandosi financo il diritto di produrre una moneta (cripto-moneta) propria, mondiale, sotto il suo esclusivo controllo, e al di là della sovranità degli stati (noi già avemmo, a suo tempo, la libbra della maiestatica Companhia de Moçambique).
Dal punto di vista finanziocratico, il Mozambico serve anche da esempio per la mancanza di pudore neoliberale. Il buco dell’ingegneria finanziaria – che nel vocabolario locale è conosciuto come “debito occulto” – è stato un successo di astuzia mafiosa della speculazione ultraliberale, non soltanto perché buona parte del denaro non è mai entrata in Mozambico e i veri mentori (banche, speculatori) sono usciti illibati da qualsiasi colpa – e solo i nostri piccoli ladruncoli locali (Chang, Nhangumelo e compagnia) sono stati imputati – ma anche perché, e soprattutto, il popolo (di oggi e del futuro) pagherà, con l’avallo sovrano del parlamento (anti)popolare. Il vaso di Pandora della Necropolitica (Achille Mbembe) si apre su tutto il sud del mondo…
Di contro, la violenza senza volto di Cabo Delgado, ma con attori reali – fra compagnie petrolifere e di gas, mercenari, fazioni religiose, con la grande complicità dello o degli stati e delle organizzazioni internazionali – è la manifestazione più chiara di un mondo senza governo o con un governo del mondo inadatto e senza alcuna forma di pudore, anche rispetto alla violenza e al valore della vita umana.
Il filosofo Agamben teme che lo stato di eccezionalità (normalità africana) provocato dalla pandemia del coronavirus – la restrizione delle libertà – diventi norma. La società del controllo è diventata già norma: con le telecamere di Londra, l’intelligenza digitale per il riconoscimento visuale in Cina, lo spionaggio americano – perfino verso i propri alleati, denunciato da wikileaks – le manipolazioni politiche ed economiche dei big data, e la Francia – paese dei Diritti Umani – che voleva far passare una legge in parlamento, autorizzando la polizia a tutti i georgefloydismi possibili.
La violazione dei diritti umani che il governo francese non è riuscito a legalizzare – grazie alla forza popolare – lo ha fatto il parlamento mozambicano, votando una legge che autorizza l’aumento del tempo di prigione preventiva.
Uno dei punti di passaggio teorici obbligatori in questo inizio di secolo sarà il “Principio di Responsabilità” di Hans Jonas. Tuttavia, è necessario ricordare che questa grande opera fu uma reazione al “Principio di Speranza” di Ernst Bloch. Anche senza l’ormai anacronistico marxismo di questi, non possiamo abdicare dalla speranza, ma in modo sostanziale e responsabile: resilienza ambientale e ecologica, economia responsabile basata sul lavoro e la solidarietà, meccanismi di prevenzione e di lotta a tutte le forme di violenza, incremento della democrazia.
Questo è, per noi, il senso della sfida epocale che si apre col nuovo ‘secolo’: l’audi, per smettere di essere soltanto palco e spettatori degli eventi-mondo e osare essere protagonisti e autori della (nostra) storia.