Umberto Eco (in un articolo pubblicato nel 2000 nel Magazine Littéraire con il titolo “Sur quelques fonctions de la littérature”) afferma che “la lingua, per definizione, va dove vuole e nessun decreto superiore, né politico né accademico può interrompere il suo cammino, né deviarlo per situazioni che si credono giuste. La lingua va dove vuole, ma è sensibile alle suggestioni della letteratura”.
Per l’autore del Nome della Rosa, senza Dante forse non esisterebbe un italiano unificato, senza il suo modello, l’idea di un’unità politica forse non avrebbe mai fatto il suo cammino.
La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea un’identità e una comunità. Parliamo di Dante, ma cosa sarebbe la civiltà greca senza Omero, l’identità tedesca senza la traduzione della Bibbia di Lutero, la lingua russa senza Pouchkine, la civiltà indiana senza i suoi poemi fondatori? Possiamo aggiungere il contributo di Shakespeare per la lingua inglese, di Camões per il portoghese, di Cervantes per lo spagnolo e Victor Hugo per il francese.
Nonostante la sua celebrità, Victor Hugo riconosceva che il pensiero umano attinge in alcune persone la sua completa intensità e cita Dante Alighieri come uno di quelli che hanno raggiunto i massimi gradi del genio.
Dante è apparso, in Italia e nel mondo, come il portavoce iconoclasta di una nuova(e) lingua(e) letteraria(e) (De vulgari eloquentia), prima dei rinascimentali, emigrando dal latino (attraverso una sua antologia) al vernacolare, la lingua del volgo, sottolineando così, alla maniera di Leibniz, la dignità delle lingue popolari; come il portoghese o il francese che oggi si arrogano – nel disprezzo delle lingue africane – in una maniera che ricorda l’etnocentrismo ellenico, la loro esclusività di fare parrésia (parlare liberamente e dire la verità), logos (pensiero), dia-loghi.
Caustico, Dante entrò con audacia e coraggio in quelli che considerava i veri problemi del suo tempo; voleva comprenderli in tutti i loro domini, dal poetico al politico, dal filosofico al teologico. La dissidenza letteraria impegnava tutto il suo essere e non era un semplice atteggiamento intellettuale ed estetico. Dante fu intellettuale prima di Voltaire (che Rorty considera il sommo intellettuale) e di Dreyfus che coniò lo stesso aggettivo; difese la laicità prima degli illuministi e prima che l’intolleranza delle teologie politiche divorasse le nostre donne e i nostri bambini. Lo ha fatto teoricamente nell’opera De Monarchia e, politicamente, impegnandosi nei Guelfi bianchi che appoggiavano il Papa ma difendevano l’autonomia di governo della città dalle ingerenze del pontefice; impegno costatogli un doloroso esilio, come ai molti Mudimbes e Jean-Marc Elas dopo di lui.
Così come si impegnò nelle principali avventure della vita intellettuale di Firenze, allo stesso modo si lasciò tentare dalle diverse forme letterarie: sonetti, canzoni, ballate, sestine. A carattere filosofico scrisse Il Convivio, dove oltre a citare Aristotele e San Tommaso d’Aquino – come da prassi dell’epoca – sembra ispirarsi metaforicamente al banchetto di Platone, unendo al titolo un vero banchetto con 14 piatti (simbolicamente uno per canzone), accompagnati da pane (commenti).
L’opera più emblematica di Dante è, senza dubbio, la Commedia (scritta durante l’esilio), poema epico dove, attraverso artifici teologici, filosofici, etici e politici, racconta il percorso della sua anima. L’aggettivo “Divina” fu poi aggiunto da un altro scrittore italiano, Boccaccio, in ragione dell’armonia della sua concezione, l’unità e il lirismo che sembrano ispirati da un essere trascendentale e per il percorso trattato: un viaggio nell’aldilà che il poeta compie attraverso l’Inferno, il Purgatorio e, infine, il Paradiso. Nelle prime due tappe del suo viaggio, Dante è guidato da Virgilio (il più grande poeta latino) che, essendo pre-cristiano, non può attraversare le porte del paradiso. Nel Paradiso, quindi, Dante verrà accompagnato da Beatrice, simbolo della purezza, della santità e della scienza divina.
Nello stile dei templi greci, sulla porta dell’inferno (dove i condannati sono distribuiti secondo i peccati capitali commessi e le disposizioni viziose delle loro anime) viene scritto: “Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne, e io etterno duro./Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
Nel VI canto, tra i golosi, il poeta incontra un personaggio di nome Ciacco (maiale) a cui pone alcune domande e il quale risponde con una profezia di cattivo auspicio: la città di Firenze (potrebbe essere il Mozambico) cadrà nel caos e in lotte intestine, a causa di tre fattori: superbia, invidia e avarizia. I “giusti”, con la vox clamantis in deserto o tutti i tamburi del Mozambico suonando allo stesso tempo (D. Jaime), non saranno ascoltati. Per questo la città soccomberebbe mentre aspetta un principe (Machiavelli) o un Leviatano (Hobbes) per riappacificare le parti e governare con giustizia.
Nel VI canto del Purgatorio, davanti al poeta Sordello da Goito (originario di Mantova, come Virgilio), Dante insorge contro l’Italia, che definisce “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”.
Per ultimo, nel VI canto del Paradiso, già in compagnia di Beatrice, il poeta incontra Giustiniano, imperatore Romano d’Oriente (dal 527 al 565), autore del Corpus Iuris Civilis e simbolo dell’ideale di un impero terreno di pace e giustizia, al di là delle divergenze che caratterizzano il mondo dominato (oggi più che mai) da un individualismo sistemico.
Se Dante Alighieri fosse mozambicano, quale dei nostri poeti avrebbe portato con se: Noémia de Sousa, Craveirinha o Kalungano? Forse Samora Machel. Nonostante non gli si riconosca nessuna vena poetica, il fiorentino, che prediligeva diversi generi letterari, avrebbe ammirato in lui la loquacità, l’eloquenza, ma soprattutto, il suo radicato senso di giustizia. Anche senza il genio politico e la cultura giuridica di Giustiniano – a volte addirittura in modo confusionario e poco canonico – ha cercato di fare dell’integrità fisica del Paese, e morale dei mozambicani, l’elemento essenziale del suo impegno esistenziale.
Con una chiaroveggenza rara, ha previsto e denunciato nella concupiscenza e nel divisionismo (tribale, religioso e razziale), i mali che avrebbero portato il Mozambico al caos e alle lotte intestine. Si espresse contro i mendicanti di percentuali avvertendoli che, anche sepolti in sarcofaghi dorati non avrebbero comprato il paradiso, ma ci avrebbero condannati a ritornare alla dannazione dell’inferno della dominazione e dell’oppressione.
Sono passati settecento anni da quando Dante scrisse la Commedia, poi chiamata Divina. La commedia continua. Con il cinismo, la truffa, il sadismo con il quale le potenze mondiali governano (molto spesso in combutta); la riqualificazione dei vizi in virtù; e soprattutto la banalizzazione del male che Hannah Arendt teorizzò durante il genocidio degli ebrei ma che era già presente durante la schiavitù e oggi continua con i massacri e le deportazioni delle popolazioni a Cabo Delgado. Tutto ciò fa parte della nostra attuale commedia, diabolica e tragicamente umana.
Dante non fu un profeta ma uno scrittore di genio. I suoi giudizi e i suoi avvertimenti vanno oltre il tempo e lo spazio. La Commedia di Dante rappresenta un giudizio (atemporale) morale e politico, ma anche il sogno di modificare l’umanità, svelando la verità sugli uomini e la loro esistenza – nella Firenze Medioevale così come nel Mozambico di oggi.
Nella ricorrenza dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, la tribù degli italici celebrerà il Sommo Poeta con fasto, urbi et orbis, dimenticando che intra muros, la giustizia giustiniana non conosceva meteci e riconosceva a tutti uguale cittadinanza (Costituzione Antoniana di Caracalla), indipendentemente da razza, origine o religione; che la pretesa della sua Roma (mobilis, augescens) era portare la legge (creare concordia) a tutti i popoli del mondo.
Noi, in questo Mozambico – che soffre a nascere e crescere come paese e come popolo – soccombiamo alla tragica realtà del male; deambuliamo, come zombie, dall’inferno al purgatorio e dal purgatorio all’inferno, con il paradiso (pace e giustizia) sempre più distante. Ma l’esigenza del bene è così forte che, liberi in noi stessi (Langston Hughes) e stoici (abstine et sustine) con le vicissitudini del tempo, ci imponiamo di continuare la nostra traiettoria dantiana, con il paradiso come destinazione.
Lo dobbiamo al tanto dolore, alla tanta sofferenza, alle tante morti. Ma, ancora di più, a quelli che, ostinatamente, continuiamo a introdurre alla tragica commedia dell’esistenza umana.



