Un conflitto che si combatte dall’ottobre del 2017 e che non accenna a diminuire, incasellando ogni giorno che passa tragedie su tragedie, vergogna su vergogna, come se non ci fosse un domani. È questo quanto sta accadendo a Cabo Delgado e, ultimamente, a nord della provincia di Nampula, Mozambico.
La situazione politico-militare da mesi registra una stasi da cui nessuno sa come uscire: se le truppe del Rwanda, che avevano conquistato in pochi giorni Mocimboa da Praia, rimasta per un anno nelle mani di ribelli ispirati a un islamismo radicale e in rivolta contro la minoria Makonde oggi al potere in Mozambico, presidiano ormai quasi esclusivamente l’area intorno all’investimento della Total (che non ha ancora ripreso le operazioni di sfruttamento del gas), quelle della Sadc (Southern Africa Development Community) hanno dato ampia dimostrazione di non sapere contenere gli attacchi nel resto della provincia di Cabo Delgado e nel nord della provincia di Nampula. Dell’esercito mozambicano neanche a parlarne, nonostante gli ingenti aiuti in formazione da parte dell’Unione Europea.
Cosi, la guerriglia sta avendo buon gioco, con imboscate portate da gruppi di 3-4 individui a villaggi dispersi, con tre conseguenze fondamentali: in primo luogo, l’aumento del numero delle vittime, ormai intorno alle 4000; in secondo luogo, lo stop agli investimenti sia nel gas – Exxon ed Eni a parte, poiche il loro investimento è off-shore – che nei rubini, nella zona di Montepuez; e infine l’incremento degli sfollati, soprattutto donne e bambini.
L’efficacia dell’azione dei ribelli è direttamente proporzionale all’orrore che riescono a seminare. Secondo testimonianze raccolte dall’ONG locale, Sekelekani, in uno dei campi-profughi allestiti nella provincia di Cabo Delgado, una delle pratiche piu ricorrenti è la decapitazione. In genere, sono gli uomini a essere decapitati davanti a mogli e figli. In più di un’occasione le teste vengono messe in una cesta e fatte portare dalle vedove ai villaggi vicini, per segnalare l’arrivo dei ribelli e, quindi, preparare gli abitanti del villaggio a fuggire, per evitare la medesima fine. Recentemente questa pratica si è diretta verso le autorità pubbliche. Una vedova, infatti, ha dovuto portare le teste decapitate del marito e del cognato presso le autorità del distretto di Metuge, dove l’attacco, alla fine di settembre, aveva portato a cinque decapitazioni. In altre circostanze le teste delle vittime finiscono in padella e vengono fatte mangiare dai parenti, sotto minaccia di morte.
Il calvario, però, non finisce qui. La Procura di Pemba (capitale di Cabo Delgado) ha ricevuto, secondo quanto dichiarato pochi giorni fa dal suo portavoce, Gilroy Fazenda, almeno 25 denuncie per abusi e violenze sessuali proprio contro quelle donne scappate dall’orrore degli attacchi, adesso rivendicati con frequenza dallo Stato islamico. Violenze non perpetrate dai ribelli, bensì da rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, soprattutto nazionali, che avrebbero il compito di distribuire alimenti gratuiti deruvanti dall’estero a queste persone. Anche alcuni leaders tradizionali, secondo quanto dichiarato da Fazenda, sarebbero coinvolti in questi casi. Insomma, senza favori sessuali niente cibo.
Di fronte a questa situazione, Maputo dorme. Non soltando la classe politica locale, ma una buona parte dell’intera società mozambicana che vive negli agi della capitale vede il conflitto nel nord del paese come un qualcosa di lontanissimo, completamente estraneo al proprio contesto vellutato fatto di bar sempre più esclusivi e di escursioni in località di villeggiatura alle porte di Maputo, da raggiungere con l’immancabile fuoristrada.
Se la principale preoccupazione della comunità internazionale è la ripresa dello sfruttamento degli ingenti giacimenti di gas, con l’invio di elemosina alimentari. Senza un reale interesse, sdegno e solidarietà anche sul piano nazionale l’orrore di Cabo Delgado sarà destinato a non finire mai. Rapidamente, esso sta scivolando verso un fenomeno con cui convivere, come la malaria o l’Aids, entrando nel quotidiano della vita degli investitori internazionali e dell’opinione pubblica locale.




