Diversi giornali americani ma anche europei, contrari e stupiti del successo di Trump alla Casa Bianca, hanno cominciato a riportare affermazioni per così dire folcloristiche del magnate neo-presidente su Africa e Africani. Affermazioni vicine a una mentalità etnocentrica e razzista, che probabilmente fa parte del DNA di Trump, ma che qui vorrei evitare di commentare, sotto il rischio di accodarmi in maniera acritica al coro di stupite e indignate voci successive all’elezione del candidato repubblicano. Il che non significa, naturalmente, simpatizzare in alcun modo con Trump, ma cercare di capire meglio le sue strategie politiche rispetto al continente africano.
In primo luogo, la prima Africa si trova negli Sati Uniti. Se è vero che Hillary Clinton, in termini di voti assoluti, ha superato Trump, è anche vero che alcuni Stati a forte presenza nera soprattutto del Sud, che Obama aveva strappato ai repubblicani, sono tornati, in queste ultime elezioni, ai conservatori. Da mesi, ormai, è in corso negli Stati Uniti una vera e propria guerra razziale, di cui l’opinione pubblica americana ma ancor di più internazionale si era dimenticata. Tensioni enormi con le comunità afro-americane hanno scatenato manifestazioni di strada violente, con feriti e morti ormai all’ordine del giorno, e una polizia impaurita la cui unica modalità di placare gli animi sembra lo sparare ad altezza d’uomo. Alcuni degli episodi più gravi sono avvenuti a Charlotte (Carolina del Nord), a Dallas (Texas), mentre l’80% dei fermati da parte della polizia americana a New York City è costituita da neri o ispanici. Lo stesso Obama ha più volte ricordato come le differenze sociali ed economiche fra afro-americani e il resto della popolazione sono ancora enormi e per lo più aumentate negli ultimi anni. Una affermazione che, detta da un Presidente che aveva nel suo programma proprio la riduzione di queste differenze, suona per lo meno stupefacente.
La ghettizzazione degli afro-americani in quartieri ad alta intensità di povertà in tutte le grandi città del paese è il segnale più chiaro di come sia evidente la differenza fra poveri bianchi e neri. E di come le recenti esplosioni popolari in quei quartieri siano il risultato di una situazione insostenibile.
Come Trump affronterà tali disparità è difficile da prevedere. Se Obama, che un po’ di politiche sociali aveva comunque provato a realizzarle (per esempio mediante la riforma sanitaria) ha alla fine ottenuto risultati piuttosto modesti, si può pensare che Trump, accentuando il libero corso delle forze di mercato, peggiorerà ulteriormente la situazione.
L’altro grande punto interrogativo sulla politica africana di Trump riguarda, appunto, le sue strategie per il continente africano. Gli Stati Uniti svolgono doverse funzioni, in Africa, comunque si voglia giudicare il loro operato: mediante l’USAID (il corrispondente della Cooperazione Italiana allo Sviluppo), appoggiano programmi fondamentali per attenuare situazioni di grande difficoltà, in primo luogo la lotta all’AIDS. Direttamente o no, con organizzazioni come Human Rights Watch, Freedom House e molte altre, promuovono e fanno monitoraggio per quanto riguarda la violazione dei diritti umani in vari paesi africani; a livello geo-politico, gli sforzi militari americani in Africa sono in costante crescita, sia nella parte centrale e occidentale (con una nuova base militare autorizzata in Niger) che in quella orientale, con dispiegamento di militari soprattutto in Somalia, Kenya e Sudan del Sud, in funzione anti-terrorismo islamico, mentre a Gibuti c’è la più antica base militare americana in Africa (Camp Lemonnier). L’Africa Command (Africom) è il comando militare americano esplicitamente destinato a “controllare” l’Africa, costituito nel 2007; svolge il suo ruolo sia in modi standard (basi militari, appunto, per adesso poco numerose) che appoggiando vari paesi e governi per questioni di interesse statunitense, mediante l’invio di contingenti speciali, di consiglieri militari, ecc. Africom è stato il comando responsabile per l’operazione-Libia del 2011, con l’uccisione di Ghaddafi, insieme ad altre operazioni in paesi come Ciad e Mali. Collegati a tali interessi geo-politici e di sicurezza vi sono quelli propriamente economici. Solo per dare un esempio recente, Anadarko, una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo, ha scoperto e sta iniziando le sue operazioni di estrazione di gas naturale (insieme all’italiana ENI, all’inglese BP e ad altre multinazionali) al largo delle coste del Nord del Mozambico, paese che sta rivedendo una recrudescenza di un’antica guerra civile che sembrava terminata con gli Accordi Generali di Pace del 1992. Appare chiaro che Anadarko vorrà vedere una situazione di pace e stabilità affinché i suoi enormi investimenti (si parla di circa 50 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno) avvengano nella maneira più tranquilla possibile. Per questo gli USA stanno giocando un ruolo attivo (anche se indiretto) nella mediazione internazionale che dovrebbe portare alla firma di nuovi accordi di pace.
Di fronte a tali, complessi scenari, appare però prematuro tracciare un possibile quadro della politica africana di Trump. Se è vero che le sue dichiarazioni iniziali mirano a smantellare un po’ tutto quello che Obama ha fatto o avrebbe voluto fare su vari fronti, sia interni che esterni, è altrettanto certo che Trump dovrà comunque tutelare gli interessi geo-politici ed economici nazionali in questo continente. Probabilmente, iniziative come quella che assunse Obama nel 2014, con l’African heads of State summit, convocando a Washington 47 capi di Stato africani per discutere di rapporti afro-americani, non saranno ripetute. Tuttavia, i contrasti che le amministrazioni democratiche hanno avuto con alcuni Stati africani, soprattutto in materia di diritti umani, in primo luogo la questione dell’omosessualità, saranno probabilmente annullati, in nome di una comune intolleranza; ciò potrà paradossalmente rafforzare alcuni dei regimi africani maggiormente repressivi e meno rispettosi della tutela dei diritti umani e delle minoranze, avvicinando in questo senso la penetrazione americana in Africa a quella cinese (che notoriamente si disinteressa di tali aspetti). Così come sarà assai probabile che, proprio invocando l’interesse nazionale, Trump potenzi le attività e il contingente dell’Africom, nella prospettiva di un controllo sempre più capillare del terrorismo islamico nel continente, in cui droni militari finiranno per farla da padrone.
Tutto si giocherà, insomma, sul concetto-chiave di “interesse nazionale” e “guerra globale al terrotismo”: se tale idea sarà interpretata in modo ampio, gli Stati Uniti saranno ancora fortemente presenti in Africa, anche se probabilmente in modo diverso rispetto all’amministrazione Obama; se, viceversa, Trump riterrà di fare una lettura più limitata di tale concetto, la penetrazione americana in Africa diminuirà, con scenari nuovi e del tutto imprevedibili.