Molti dei governanti dei vari paesi interessati al Coronavirus hanno provato – almeno inizialmente – a sposare la tesi negazionista o minimalista. In prevalenza si è trattto di leaders politici di destra, come Trump, Johnson o Bolsonaro, Zaia e Salvini in Italia, ma anche a sinistra o comunque nello schieramento più progressista (o considerato tale) una simile tendenza è stata presente. Macron in Francia, che in piena emergenza ha lasciato che i suoi concittadini si recassero alle urne per scegliere i propri sindaci, larga parte della sinistra italiana, con sindaci come Sala e Gori, o segretari di partito, come Zingaretti, che hanno lanciato o fortemente appoggiato campagne come “Milano non chiude” o “non possiamo fermare l’Italia”, ancor di più il governo retto da una peraltro risicata e composita maggioranza di centro-sinistra in Svezia che ha ostinatamente negato la chiusura delle attività, cercando di trovare una compatibilità fra limitazione della diffusione del virus e continuazione della normalità della vita socio-economica del paese.
Fra i campioni della tesi “negazionista” vi è senza dubbio il brasiliano Bolsonaro. A differenza dei suoi colleghi a cui è maggiormente legato, soprattutto Trump, ma anche l’israeliano Netanyahu o l’indiano Modi, Bolsonaro non sta rivedendo la sua posizione sulla base delle evidenze scientifiche, né delle indicazioni degli esperti locali (e internazionali) di epidemiologia. E neanche in seguito alla “conversione” di politici come Trump e Johnson. In questo, Bolsonaro si sta dimostrando un esempio di coerenza, contro tuttavia le evidenze scientifiche che stanno emergendo anche in Brasile.
A oggi, il Brasile – un paese federale con 26 stati più il distretto federale, dove ha sede la capitale, Brasília, con circa 210 milioni di abitanti, di cui il 56% neri o misti e fra i 15 con maggiore diseguaglianza al mondo – registra quasi 3500 casi di Coronavirus, con 92 decessi e quasi 12.000 sospetti. I casi sono concentrati negli stati più ricchi e “aperti”, quelli del sud, soprattutto São Paulo (circa 1300), Rio de Janeiro (circa 500), il Distretto Federale (230), e Cearà, l’unico del Nord-Est con diversi positivi (circa 300).
Gli stati con minori casi (a oggi meno di 10) sono quelli tradizionalmente più isolati, come Rondônia, Tocantins, Amapá e, nel Nord-Est, Paraíba, capitale del forró. Attualmente, l’indice di mortalità è del 2,7%, e la linea del ministero della salute è non divulgare alcuna proiezione per il mese di aprile (secondo quanto riferito da João dos Reis, segretario esecutivo di quel ministero), anche se fonti ufficiali indicano che non esiste alcuna prospettiva di riduzione dei casi nel breve termine. Un dato preoccupante è il registro del primo caso positivo di una persona indigena, della tribù dei Marubo, guida turistica venuto a contatto di recente con un gruppo di americani. Questa tribù vive a più di 1000 Km dalla capitale statale, Manhaus, in una zona dove sono concentrate altre 26 tribù, tutte, probabilmente, con anticorpi insesitenti contro un nemico come il Coronavirus, che avrebbe un effetto probabilmente letale in un simile contesto.
Un report che l’ABIN (il servizio di intelligence brasiliano) avrebbe fatto pervenire al presidente Bolsonaro parla di una previsione di 5571 morti, a cui però il presidente in carica ha dichiarato non voler credere.
Proprio questo è il pomo della discordia in termini politici: Bolsonaro si sente circondato non soltanto dai suoi nemici politici tradizionali (PT, il partito di Lula, e le formazioni alleate, con un grande consenso soprattutto nel Nord-Est del paese, la parte più povera), ma ancor di piu da quelli interni, che lo hanno appoggiato nel corso della campagna elettorale, ma che adesso stanno avendo più di un ripensamento, accelerato da quello che è considerato come un atteggiamento di irresponsabilità verso il Coronavirus. È da qui che potrebbe partire l’offensiva per una sua destituzione dall’incarico di presidente della repubblica in questo mandato o, in alternativa, il mancato appoggio per le prossime elezioni, nel 2022. O farlo restare in carica, in cambio di una limitazione effettiva dei suoi poteri.
Il sistema elettorale favorisce tali schemi, in Brasile, un po’ come è avvenuto nel caso di Dilma Rousseff nel precedente mandato, sostituita dal suo vice-presidente, Temer, dopo una congiura di palazzo. Il vice-presidente, infatti, è eletto insieme al presidente e non può essere dimesso, formando una coppia in cui, al decadere del presidente, non vi sono nuove elezioni, ma la sostituzione di questi col suo vice. In questo momento, fonti locali danno un quadro della situazione politica brasiliana in movimento, anche se ancora non si intravede un processo di impeachment contro Bolsonaro nell’immediato. In ogni caso, il suo vice, il generale Hamilton Mourão, sta diventando il punto di riferimento della classe militare, che ha dato un appoggio decisivo all’elezione di Bolsonaro nel 2018, e che al momento vede la sfida contro il Coronavirus come la battaglia principale per l’esercito e le forze dell’ordine, in disaccordo col discorso negazionista del presidente. Mourão avrebbe anche l’appoggio della massoneria e di diversi settori imprenditoriali, visto che è stato l’uomo che – ancora una volta in disaccordo con Bolsonaro, visceralmente anti-comunista – ha fortificato i rapporti con la Cina, a oggi il primo partner commerciale del Brasile, sia come volume di esportazioni che di importazioni.
Sul Coronavirus si gioca, quindi, gran parte del futuro politico del Brasile. Bolsonaro non intende chiudere il paese, probabilmente preoccupato che eventuali “rivolte del pane” (non infrequenti in Brasile) servano da detonatore per defenestrarlo. L’ossessione per il mantenimento dell’ordine sociale è una antica preoccupazione delle destre, come magistralmente illustra il sociologo Luhmann in un suo vecchio libro degli anni Ottanta, cosi come le pressioni dei grandi fazendeiros rappresentano una spinta affinche’ Bolsonaro non decreti la chiusura del Brasile, ignorando, per il momento, prezzi speculativi soprattutto dei prodotti ortofrutticoli di provenienza interna, che stanno facendo rimpinguare le casse dei grandi agricoltori locali. Così, continuando a minimizzare il Coronavirus e i suoi effetti, derubricandolo a poco più di una influenza, ha implementato misure per circa 40 miliardi di reais (1 real = 0,17 euro), destinate essenzialmente alle piccole e medie imprese, per garantire i salari dei lavoratori nel corso dei prossimi due mesi, in base alla parola d’ordine “il Brasile non può fermarsi”. Aveva anche approvato la Misura Provvisoria (MP) 927, che prevedeva (art. 18) la sospensione dei contratti di lavoro fino a 4 mesi senza la riscossione del salario, poi ritirata il giorno successivo, dopo un’ondata unanime di critiche.
Nonostante il negazionismo presidenziale, quasi tutti gli stati dell’Unione hanno assunto misure restrittive, basate sull’isolamento sociale la quarantena, particolarmente difficile in un paese basato su favelas e lavoro informale, ma che, probabilmente, avranno il merito per lo meno di arginare l’infezione nell’immenso paese verde-oro. São Paulo è stato il primo e il più rigido. Come afferma il professore di Fisica dell’USP (Università di São Paulo, la maggiore del Brasile), José Chubachi, nonostante i numerosi casi di infezione, lo stato di S. Paulo dimostra una curva migliore rispetto al resto del Brasile in termini di contagi, a causa delle misure adottate per evitare i contatti fra le persone. Quasi tutti gli altri stati hanno adottato misure analoghe. I governatori degli stati del Nord-Est hanno anche scritto una lettera aperta a Bolsonaro, il 25 marzo scorso, dichiarandosi “frustrati” rispetto alle decisioni della presidenza della repubblica, sulla base di una analoga presa di posizionee del giorno precedente da parte della Società Basiliana di Infettivologia. Il governatore dello stato di Goiás, Ronaldo Caiado, ha tolto il suo appoggio a Bolsonaro, che aveva fortemente sostenuto in campagna elettorale, mentre soltanto tre stati, Rondônia, Mato Grosso e Santa Catarina, su pressioni di Bolsonaro, hanno riaperto alcune delle attività commerciali nei giorni scorsi.
La linea negazionista di Bolsonaro, oltre a confliggere con governatori, sindaci e comunità scientifica, sta portando anche a scontri istituzionali col potere giudiziario. Per esempio, il 27 marzo scorso la Justiça Federal (il tribunale supremo) ha proibito a Bolsonaro di emanare decreti contro l’isolamento sociale, sospendendone due, in cui si contemplavano, fra i servizi essenziali, i culti religiosi e le agenzie per il gioco delle lotterie (che in Brasile servono anche per effettuare pagamenti di bollettini postali e simili). È interessante notare che il mantenimento dell’apertura delle chiese e dei rispettivi culti è una “cambiale” pagata da Bolsonaro alle varie chiese evangeliche che lo hanno sostenuto in campagna elettorale, mentre la chiesa cattolica, a tutti i livelli, ha da tempo fatto sapere ai fedeli di pregare nelle proprie abitazioni, evitando così la diffusione del contagio attraverso i riti religiosi. L’entourage di Bolsonaro ha già annunciato che farà ricorso contro tali decisioni, anche se le basi giuridiche sembrerebbero confermare la sentenza del Supremo, visto che, in Brasile, i servizi essenziali sono da tempo definiti per legge (la nr. 7.783/1989) e non possono essere quindi modificati per decreto.
Il quadro del paese è, pertanto, assai complicato, con un livello di infezione che, dopo un mese dal registro del primo caso, è grosso modo al livello che Cina e Italia avevano dopo 30 giorni, un presidente “circondato” e soprattutto misure restrittive in quasi tutti gli stati dell’Unione, che stanno mettendo in ginocchio la fascia medio-bassa della popolazione, un sistema pubblico di assistenza sanitaria ormai largamente smantellato negli ultimi anni, e la previsione di disordini sociali a breve termine, i cui effetti saranno imprevedibili, nello scenario politico brasiliano.