Durante gli anni Settanta, gli anni di piombo, l’Italia iniziò ad accorgersi della presenza, sul proprio territorio, di cittadini stranieri. Inizialmente si trattava di presenze discrete e per certi versi guardate con una benevole simpatia. Donne somale, eritree o filippine che lavoravano come colf non costituivano certo una minaccia, né dal punto di vista del conflitto con la manodopera nazionale di basso livello, né come presenza “diversa” sulle strade del Belpaese, in quanto si trattava di soggetti che passavano la maggior parte del loro tempo chiusi in casa.
Visto che l’Africa e gli africani non costituivano ancora un rischio percepito, l’immagine che di questo continente si aveva oscillava fra una distaccata indifferenza dei più e un universo ideale che rappresentava una società migliore della nostra, quasi una rousseauiana civiltà pura e incontaminata, assai vicina al mito del buon selvaggio.
La tradizione musicale italiana aveva un fardello piuttosto pesante da portare in riferimento alla rappresentazione che dell’Africa aveva dato nel corso dell’ultimo secolo. Dai canti di Gea della Garisenda, musa di dannunziana memoria che, vestita di un sol drappo tricolore, inneggiava dinanzi alla soldatesca per la conquista italiana di Tripoli, a tutta la tradizione fascista che esalta la mascolinità dell’invasione mussoliniana dell’Abissinia, fino al folclorismo dei Watussi di Edoardo Vianello, la musica italiana non aveva mai considerato in senso positivo l’Africa, sempre relegata a oggetto di conquista e di disprezzo.
Verso gli anni Ottanta, invece, una serie di cantautori e band di primo livello iniziano a idealizzare l’Africa come civiltà da emulare e raggiungere. Ancora non siamo a un’Africa come soggetto, come faranno diversi rappers italo-africani dei nostri giorni, come Karima, Tommy Kuti, Amir Issaa e vari altri, ma già il fatto che questa terra sia rappresentata comunque in modo positivo costituisce un gran passo in avanti.
Gli Albatros, per esempio, capeggiati da Toto Cutugno, già nel 1975 interpretano un pezzo, intitolato “Africa”, esaltandone il rispetto per l’ambiente. Saranno però due cantautori fra i più ricercati della scena musicale nazionale, Francesco De Gregori e Franco Battiato, a contribuire in modo decisivo alla diffusione di un’Africa positiva, anche se ancora assai idealizzata. Dopo che il cantautore romano aveva scritto, nel 1974, “Cercando un altro Egitto”, nel 1979 kancia “Capo d’Africa”, parte dell’LP, Viva l’Italia, in cui Capo d’Africa è un locale nella città di Roma, che tuttavia non sfugge alla metafora di “Una spiaggia tranquilla, una terra promessa”, utile per evadere dalla rumorosa civiltà occidentale.
L’apice di questo processo di idealizzazione dell’Africa nella musica italiana viene raggiunto con Franco Battiato. “Mal d’Africa” (1983), inserita nell’LP “Orizzonti perduti” fa assumere all’Africa un ruolo di distacco nell’universo cosmologico dell’erudito cantautore.
Battiato è colui che, più e meglio dei suoi colleghi, transforma l’Africa in una metafora globale positiva: essa non simboleggia esclusivamente il silenzio e il riposo, ma le stesse zanzariere, eterne compagne di tutti coloro che vivono in quella terra, assumono accezione niente affatto negativa, cullando chi ne fa uso, alla stessa stregua di chi, assopito, ascolta i fiochi rumori provenienti dalla cucina e che trasmettono una eterna tranquillità. L’incipit di “Mal d’Africa” è tutto questo, un manifesto per un’esistenza conviviale e pacifica, lontana dai clangori diuturni che ci assillano udito e cervello.



