Nonostante le differenti interpretazioni sulle origini e il possibile modo di gestire il terrorismo islamico in Africa, un elemento è chiaro: questo fenomeno ha acquisito importanza nel corso degli ultimi anni. Dati dell’ACLED mostrano che nel 2015 l’Africa aveva registrato 381 attacchi, che sono risultati in 1.394 morti; cinque anni dopo, tale numero ha raggiunto i 7.108 attacchi e 12.519 morti (Mroszczyk & Abrahms, 2021). Non è difficile dedurne che il terrorismo islamico non sia stato adeguatamente gestito da parte degli Stati Africani. È il caso di paesi come la Nigeria con Boko Haram, la Somalia con Al-Shabaab, il Mozambico con Ansar-al-Sunna, con legami con la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico.
Alcuni paradigmi hanno provato a spiegare questo incremento del terrorismo in Africa, generalmente accompagnati da violenze brutali contro i civili. Ad esempio, lo Strategic Model of Terrorism accentua le circostanze secondo cui gruppi terroristici ricercano piattaforme politiche autonome. Tuttavia, questo paradigma sembra avere un modesto supporto empirico (Mroszczyk & Abrahms, 2021). Un altro paradigma, conosciuto come la teoria dei conflitti inter-organizzativi cerca di spiegare l’incremento di violenza con la Guerra fra Al Qaeda e lo Stato Islamico, ufficialmente dichiarata alla fine del 2018. Infine, altri approcci privilegiano motivi religiosi, col cambiamento dell’Islam africano dal tollerante Sufi al radicale Salafismo, con un ruolo importante dell’Arabia Saudita.
In ogni caso, ciò che Ted Gurr ha affermato negli anni Ottanta è valido ancora oggi: sul terrorismo, vi sono molte buone domande, ma poche risposte, in particolare a causa della scarsità di studi empirici (Gurr, 1988).
Forse, alcuni elementi comuni possono essere identificati nel comprendere le origini e la successiva gestione del terrorismo in Africa: uno Stato violento – come nel caso della Nigeria, che ha favorito la trasformazione di Boko Haram in un Gruppo armato -, la percezione di una marginalizzazione etnica – come in Mozambico per i Kimwani e i Makhuwa, contro i Makonde -, un declino della legittimità dell’autorità ufficiale, come nel caso della Somalia, l’impossibilità di avere una concreta opportunità di cambiamento governativo mediante un trasparente meccanismo elettorale (Rosenberg, 2021).
Queste brevi considerazioni sottolineano l’importanza dei fattori locali come rilevanti e in grado di contribuire al rafforzamento del terrorismo islamico in Africa. Infatti, se si incrociano alcuni dati col terrorismo in Africa, è possibile dedurne che gli indicatori economici hanno una debole correlazione col terrorismo. Ad esempio, il coefficiente di Gini non rappresenta un indicatore significativo. In Africa, vi sono paesi con un coefficiente di Gini relativamente basso – come il Mali (3.9) o la Somalia (3.7) -, così come paesi con coefficiente di Gini alto, come Mozambico (5.4) o Nigeria (4.3), dove il terrorismo ha ormai radici profonde; in parallelo, in Africa del Sud, Namibia e Zambia, i tre paesi africani col più alto coefficiente di Gini, nessuna azione terroristica o gruppi significativi sono stati registrati nel corso degli ultimi anni. L’ipotesi di Shim sembra confermata, quando sostiene che ridurre la povertà ha un modesto impatto sulla lotta al terrorismo (Shinn, 2016).
Altre variabili possono essere considerate come più significative per spiegare la presenza del terrorismo in una certa regione. Ad esempio, l’indice di corruzione, elaborato da Transparency International, è alto in Somalia, Mozambico, Nigeria e Mali. Inoltre, altri paesi che stanno affrontando il terrorismo islamico hanno anch’essi performato male in questo specifico indicatore (come Sudan o Yemen). Il declino nella fiducia nelle autorità pubbliche e il fallimento nel portare avanti riforme strutturali in economia da parte dello Stato sembra anch’esso un importante elemento per l’affermazione di gruppi radicali, il cui obiettivo principale è stabilire un’autorità alternativa.
Infine, come è già stato evidenziato (Elu & Price, 2015), la ragione della diffusione del terrorismo islamico deve essere trovata non esclusivamente in fattori economici, ma anche in uno specifico passato storico e in fattori esistenziali o identitari, come quelli di tipo etnico, religioso o politico. Tali fattori rappresentano le attuali radici di questi gruppi ribelli.
Dinanzi a una simile complessità, i paesi africani sono incapaci di gestire il terrorismo islamico. In genere, una risposta armata e violenta non risulta efficace, come molti casi, dentro e fuori dall’Africa, mostrano chiaramente. Comunque, è difficile ipotizzare l’assenza di un intervento militare, cosicché qualsiasi genere di scelta può risultare in un aggravamento della situazione.
È ciò che sta succedendo in questo momento in Mozambico. Qui, le tensioni religiose – reali o presunte – iniziarono nell’ottobre del 2017, con un primo assalto ad alcuni posti di polizia a Mocimboa da Praia (Cabo Delgado, Nord del Mozambico). Da allora, il governo mozambicano è stato incapace di gestire i continui attacchi dei ribelli, che sono risultati, a oggi, in circa 2500 morti e quasi 1 milione di rifugiati.
Anche in questo caso, alcune buone domande non hanno ricevuto risposte soddisfacenti, specialmente in riferimento alle ragioni e ai protagonisti di questa strana ribellione. Inoltre, probabilmente ragioni locali dovrebbero essere prese in considerazione, come:
- Tensioni etniche fra un gruppo minoritario (i Makonde), con un forte potere economico e privilegi politici, a scapito di gruppi maggioritari di Cabo Delgado (Makhuwa e Kimwani);
- La proibizione, per i cercatori informali, di sfruttare miniere di oro e diamanti che hanno alimentato centinaia di famiglie Kimwani e Makhuwa, consegnandole “a una ristretta elite politica e militare”, appartenente al Frelimo, di solito di origini Makonde (GITOC, 2021);
- L’uso permanente della violenza, secondo una linea di continuità fra il passato coloniale e il periodo post-coloniale.
La violenza si è concentrata, soprattutto negli ultimi anni, nel Nord del Mozambico, con casi gravissimi di violazione dei diritti umani. Soltanto per dare qualche esempio, è possibile ricordare qui il programma ProSavana (chiuso nel 2020 dal governo locale), che intendeva trasformare 11 milioni di ettari appartenenti a piccoli produttori in una piantagione di riso e soia, da destinare all’esportazione verso mercati asiatici, secondo una logica di land-grabbing che sta caratterizzando molti paesi africani. Un progetto di sabbie pesanti a Moma (Provincia di Nampula), iniziato nel 2007, ha ricevuto varie accuse di violazioni di diritti umani, compreso verso minori, al di là del suo devastante impatto ambientale (ROSC, 2014). Infine, probabilmente il peggiore episodio è quello relativo alla Montepuez Ruby Mining, una società privata di capitali anglo- mozambicani, che ha dovuto pagare circa 8 milioni di dollari ai membri della comunità di Nthoro (Distretto di Montepuez), al fine di compensare “orrende violazioni umane” contro lavoratori informali (quasi tutti di origine Kimwani), causando la morte di circa 18 di loro (Gemfileds’ Quest, 2019). In questo contesto, il campus di gas della Total e di altre multinazionali internazionali a Cabo Delgado rappresenta soltanto l’ultimo elemento che ha provocato delusione in molte persone in termini di creazione di posti di lavoro e miglioramento della vita locale (Neething, 2021).
Come nei casi di Nigeria o Somalia, anche in Mozambico la difficoltà nel gestire questa ribellione va spiegata col fatto che lo Stato mozambicano non ha compreso le radici profonde di questo fenomeno: Questa inaspettata complessità ha avuto, quale prima conseguenza, che il governo ha sottostimato l’importanza del fenomeno. Per questo, ha cercato di risolverlo attraverso una opzione militare, contrattando compagnie mercenarie, come la russa Wagner e la sudafricana DAG. In ogni caso, visto che questa strategia non ha dato buoni risultati, il Presidente del Mozambico, il Makonde Nyusi, sta adesso cercando di rivitalizzare la pubblica Agenzia per lo Sviluppo del Nord, sostituendo un vecchio generale Makonde con l’ex-Segretario di Stato di Cabo Delgado, Armindo Ngunga, come presidente dell’agenzia. Ma tutte queste misure non produrranno, probabilmente, alcun effetto positivo, visto che la questione più seria, al momento, non sembra avere un rapporto diretto con la situazione economica di povertà. Al contrario, la distanza dalle institutioni, così come percepite dalle popolazioni locali, specialmente da Makhuwa e Kimwani, è così grande che qualsiasi tentativo di ristabilire una situazione di pace e di normalità appare impossibile.
L’impressione generale che se ne trae è che il terrorismo islamico a Cabo Delgado sia adesso così radicato e sostenuto da una parte della popolazione locale che qualsiasi scelta il governo faccia potrebbe risultare sbagliata, col rischio di deteriorare una già difficile situazione.
Bibliografia
Elu, J.U. & Price, G.N. (2015). The Cause and Consequences of Terrorism in Africa. Oxford: Oxford Handbooks
Gemsfield’s Quest for Confict Rubies in Nthoro, Mozambique. Columbia University. Institute for the study of Human Rights. https://blogs.cuit.columbia.edu/rightsviews/2019/01/20/gemfieldss-quest-for-conflict-rubies-in-nthoro-mozambique/
GITOC (2021). Civil Society Observatory of Illicit Economies in East and Southern Africa. Risk Bullettin – Issue 17.
Gurr, T. (1988). Empirical Research on Political Terrorism: The State of the Art and Hw it Might be Improved. In: Slater, R. & Stohl, M. (Eds.). Current Perspectives on International Terrorism. New York: Springer, pp. 115-154
Mroszczyk, J. & Abrahms, M. (2021). Terrorism in Africa: Explaining the Rise of Extreme Violence Against Civilians. E-International Relations, 09/04/2021. https://www.e-ir.info/2021/04/09/terrorism-in-africa-explaining-the-rise-of-extremist-violence-against-civilians/
Neething, T. (2021). Offshore gas finds offered major promise for Mozambique: what went wrong. The Conversation, 30/03/2021. https://www.news24.com/news24/opinions/fridaybriefing/theo-neethling-offshore-gas-finds-offered-major-promise-for-mozambique-what-went-wrong-20210401
ROSC (2014). Efeitos da Exploração de Recursos Minerais em Áreas do Risco: o Caso das Areias Pesadas de Moma [Effects of the Exploitation of Mineral Resources in Risk Areas: the Case of Heavy Hands of Moma]. Maputo: ROSC.
Rosenberg, L. (2021). Root Causes of Violent Extremism in Africa: Understanding Multi-Disciplinary Factors. The Street, 19/01/2021. https://www.thestreet.com/economonitor/news/root-causes-of-violent-extremism-in-africa-understanding-multi-disciplinary-factors
Shinn, A. D. (2016). Poverty and Terrorism in Africa. Georgetown International Affairs, vol. 17, n.2, pp. 16-22. https://muse.jhu.edu/article/631706/summary
*Questo articolo è la traduzione letterale del testo di Bussotti, L. (2021). Managing Terrorism in Africa, pubblicato dalla rivista “Problems of Management in the 21st Century”, 16(1), pp. 4-6. DOI: doi:https://doi.org/10.33225/pmc/21.16.04. La traduzione in lingua italiana è stata autorizzata dalla direzione della rivista in cui il testo è stato originariamente pubblicato.




