La Guinea-Bissau è un piccolo paese sulla costa atlantica dell’Africa, confinante con Senegal e Guinea-Conakry, con poco più di 1,5 milioni di abitanti. È un paese estremamente povero (fra i 20 più poveri al mondo), ma con ricchezze naturali eccezionali, a partire dall’arcipelago delle Isole Bijagos, alcune delle quali ancora disabitate. Dal punto di vista politico, la Guinea-Bissau ottenne l’indipendenza dal Portogallo nel 1973, dopo una sanguinosissima guerra di liberazione condotta da Amilcar Cabral, una figura quasi mitica per il continente africano. Al tempo, l’indipendenza fu ottenuta insiema a Capo Verde, e per qualche anno (fino al 1980) i due paesi formavano un solo Stato. Dal 1980, la Guinea-Bissau decise di staccarsi, diventando uno Stato autonomo, e inducendo quindi Capo Verde a fare la stessa cosa.
A differenza di quel che si potrebbe pensare, e nonostante i numerosi colpi di Stato che ne hanno caratterizzato la breve storia come paese indipendente, la Guinea-Bissau ha una società civile piuttosto organizzata e sensibile rispetto ai temi dell’inclusione, della partecipazione e del rispetto per la natura. Una società civile che cerca di “resistere” alle continue minacce che multinazionali straniere e governanti locali sferrano al suo variegato habitat naturale.
Proprio questo è il punto centrale della presente riflessione. Due benemerite organizzazioni della società civile locale, la Tininguena, il cui direttore è un grande amico e collega, Miguel de Barros, e la Lega Guineense per i Diritti Umani, presieduta da Augusto Mário da Silva, hanno lanciato l’allarme, indirizzando una lettera aperta alle autorità locali e internazionali, al fine di scongiurare quello che si prefigura come un vero e proprio scempio: la costruzione di una centrale elettrica in mezzo alla riserva naturale di Cufada.
Cufada, oltre ad albergare scimpanzé, elefanti e una serie amplissima di uccelli migratori, rapprersenta una inesaurbile riserva idrica per gran parte della regione circostante. Dopo il 2012, data dell’ultimo colpo di Stato, “sanato” poi con le elezioni del 2014, vi sono stati tagli selvaggi di alberi in questa riserva naturale, soprattutto della specie Pterocarpus ericaneus, preziosa e dall’altissimo valore commerciale. Il 1º aprile del 2015, il nuovo governo eletto democraticamente aveva approvato una moratoria, nel senso di vietare il taglio di questi alberi; negli ultimi mesi, però, l’abbattimento è ricominciato.
Nel 2007, in modo del tutto segreto, fu firmato un accordo fra il governo della Guinea-Bissau e quello indiano, al fine di edificare una centrale elettrica di 10 MW a Buba, in pieno parco di Cufada. Soltanto adesso, con l’inizio dei lavori, si è scoperto il contenuto di quell’accordo, e i tagli sono ripresi in modo molto violento. Il progetto prevede la costruzione di pali di alta tensione, che dovranno passare da un corridoio largo circa 10 mt e lungo 35 km.
In questo senso, le due associazioni che hanno preso l’iniziativa di segnalare il disastro ambientale che si sta consumando chiedono che le leggi nazionali e i trattati internazionali vengano rispettati, che non vi siano abbattimenti estensivi di alberi e piante nella riserva, infine che si trovino forme alternative per la produzione di energia locale, ampiamente disponibili, in modo da rendere il tutto compatibile con l’ambiente naturale di questa splendida riserva.
Chiedono, insomma, che i più elementari diritti delle popolazioni locali vengano rispettati, e che si trovi una maniera possibile per fare in modo che esse abbiano energia elettrica di cui praticamente mai hanno disposto. È così difficile trovare il giusto equilibrio fra una necessità e l’altra?