Il dibattito politico italiano si sta concentrando, in questi ultimi mesi, sul fenomeno-Lega. Fra chi ne è preoccupato, soprattutto da sinistra, e chi ne auspica una ulteriore crescita, da destra, il comune sentire è di una forza non tradizionale (per vari motivi, che non interesse qui specificare, tanto ovvi essi sono) che sta sbaragliando il campo dagli avversari tradizionali, candidandosi molto seriamente al governo del paese. Tuttavia, il fenomeno-Lega, come quasi sempre accade in politica, è figlio di un sostrato culturale su cui i partiti costruiscono le loro fortune (e disavventure) elettorali. L’Italia ha rappresentato una eccezione per molti decenni: un po’ a spanne, è infatti possibile affermare che, dal dopoguerra sino alla fine degli anni Ottanta, e ancora di più fino al movimento del 1968, la sinistra tradizionale, di ispirazione marxista aveva l’egemonia di larga parte del dibattito culturale e politico, incastonato fra principi di giustizia sociale e costituzionali, la cui più efficace espressione è stata la “democrazia progressiva” di togliattiana memoria. Ma si trattava di una situazione atipica, motivata essenzialmente da fattori internazionali, che rendevano impossibile un governo dei partiti di sinistra (di quello comunista in particolare) in un paese occidentale e di frontiera come l’Italia. Di solito, infatti, chi ha l’egemonia culturale e etica governa, oggi più di ieri.
Con la caduta del muro di Berlino, la sinistra ha provato a trasformarsi, abbandonando la sua vocazione marxista (salvo poche eccezioni, di partiti comunisti prima ancora piuttosto forti, come Rifondazione Comunista, poi utili esclusivamente a svolgere una funzione di testimonianza), ma perdendo rapidamente la sua egemonia. Difficile spiegarne il motivo: genericamente, esso va ricercato nell’assenza di una prospettiva di lungo termine, che aveva caratterizzato i partiti marxisti del dopoguerra. La questione sociale è praticamente sparita dai radar dei nuovi partiti di sinistra, così come quella del rispetto e della valorizzazione delle diversità e del passato su cui la Costituzione si era basata, ossia l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisemitismo. Il modello neoliberale all’italiana è emerso con tutta la sua forza, prima col ventennio berlusconiano, poi con la variante dell’ideologia leghista. Un tale modello ha fatto della povertà una colpa, del pubblico e dei suoi servizi un ostacolo alla speculazione su salute ed educazione, che in Europa ha trovato alcuni argini a differenza che in altri continenti, dove l’assistenza sanitaria è divenuta un privilegio, lasciando ai poveri delle favelas o del Bronks i pochi presidi pubblici che letteralmente cadono a pezzi e le cui file di attesa sono eterne. Modelli che sembravano esempi, per la sinistra democratica internazionale, come Lula da Silva in Brasile, sono precipitati in schemi di corruzione in grande scala, che ne hanno minato la credibilità che si erano guadagnati in decenni di battaglie in favore dei più diseredati.
L’egemonia, quindi, è passata rapidamente dalla sinistra internazionale alla destra, che ha trovato risposte (apparentemente) convincenti alle grandi sfide mondiali. In primo luogo alla globalizzazione dei mercati, che ha ucciso i piccoli presidi socio-economici locali, con conseguenze come la perdita di posti di lavoro, la chiusura di esercizi commerciali e artigianali storici, la crescente insicurezza (reale o percepita) rispetto a processi migratori che hanno sembrato sconvolgere le presunte certezze identitarie dei vari popoli occidentali, soprattutto europei. Tuttavia, siccome la storia non si ripete ma va avanti, la nuova destra che, anche in Italia, si è a poco a poco ripresa l’egemonia sul piano dei valori e della cultura non si è limitata a riprendere le lezioni della destra classica, anche quella più dura e recente (Reagan, Margareth Tatcher, ecc.), di matrice liberista, ma ha proposto una nuova visione della storia, della convivenza umana e delle società locali. È qui che è avvenuta la rottura ideologica più netta fra le due destre. Un grande pensatore dei nostri tempi, Immanuel Wallerstein, ha addirittura postulato che la modernità sia stata caratterizzata da forme diversificate di liberalismo: quello “puro”, quello liberale (destra) e quello socialista (sinistra). Una diversificazione che, però, aveva un saldo tronco comune: il liberalismo, appunto.
La nuova destra, invece, non è liberista né liberale: essa è (almeno in linea di principio) protezionista, come Trump insegna, e chiusa verso le diversità (fino al razzismo aperto di Le Penne, Casa Pound e altri movimenti neo-nazisti europei), trovando nel nazionalismo l’idea centrale (nonostante la Lega italiana fosse, fino a pochi anni fa, federalista e secessionista). I poveri, insomma, andrebbero “aiutati a casa loro”. Una formula, questa, priva di qualsiasi senso, in considerazione di due fattori: il primo, che tali “aiuti” continuano ad arrivare, nella maggior parte dei casi, a governi (soprattutto in Africa) altamente corrotti, rispetto a cui i “donatori” internazionali sono conniventi. Insieme, questi due soggetti hanno costruito una nuova industria, l”industria dello sviluppo”, che alimenta (lautamente) elite politica locale e cooperanti internazionli, con benefici prossimi allo zero rispetto alle popolazioni oggetto (molto teorico) dell’aiuto. In secondo luogo, le grandi potenze ex-coloniali, da sempre molto presenti in Africa (Regno Unito e Francia, in primis) sono solite usare i meccanismi di cooperazione internazionale come apripista rispetto ai business delle “loro” imprese, in funzione meramente strumentale.
Adesso anche le nuove potenze mondiali, quali Russia, Cina, India, Brasile, Turchia si sono associate a tale schema, concorrendo per lo sfruttamento delle risorse naturali di cui il continente africano è pieno, dal legno ai rubini, dal petrolio al gas, per finire con le risorse ittiche. La traduzione pratica dell’”aiutarli a casa loro” si riduce spesso a programmi di impoverimento messi in pratica con assoluta scientificità. In Mozambico, per esempio, il programma Pro-Savana aveva previsto un intervento su 11 milioni di ettari (praticamente tutto il Nord del paese), di fatto espropriando i piccoli agricoltori privati o comunitari, facendoli diventare salariati di grandi imprese giapponesi e brasiliane (i due paesi che avevano finanziato il progetto), togliendo quindi loro l’autosufficienza alimentare che da sempre avevano avuto, e introducendo coltivazioni su grande scala di riso, soia e altre commodities, da destinare all’esportazione verso il mercato soprattutto asiatico (Giappone in particolare, in crisi alimentare dal 2010-2011).
La nuova destra, quindi, usa la formula magica dell’aiuto in loco, scimmiottata da buona parte della sinistra, continuando ad alimentare interventi di progressivo impoverimento del suolo africano da parte delle imprese occidentali, guardandosi bene dal questionare rispetto alla legittimità dei governi africani in carica, di solito eletti mediante processi elettorali frutto di giganteschi brogli, anzi accogliendone i rispettivi partiti nell’Internazionale socialista, in quelle popolare o liberale o così via. Al contempo, questa destra cerca di bloccare i flussi migratori di chi si ribella, fuggendo, da un lato ai regimi totalitari di cui si è riferito sopra, dall’altro all’impoverimento progressivo di un ambiente (terrestre, marino e fluviale), incapace di produrre cibo sufficiente per le comunità locali. Inutile poi parlare di scenari in cui la guerra la fa da padrone, come la Siria o molti paesi africani. Una logica sicuritaria emulata anche dalla sinistra di governo, senza condirla con altre misure strutturali per l’inclusione efficaci e indispensabili.
In Italia, una simile ideologia niente affatto liberale sta penetrando nelle coscienze della maggioranza delle persone. L’indagine Eurispes 2020, infatti, ha messo in evidenza come la risposta a processi mondiali che ormai sfuggono al controllo delle dimensioni locali è in prevalenza di destra: se nel 2000, Klein aveva scritto il nuovo manifesto dei movimenti sociali di sinistra, No Logo, appellando a una riflessione sulle grandi ingiustizie sociali globali, senza distinzione di confini nazionali, colore, sesso o religione, oggi chi si pone come anti-globalista e contraria al dominio dei mercati finanziari è proprio la nuova destra.
Alcuni dati sono sintomatici. Più del 15% degli italiani non crede alla Shoah (in un recente passato tale dato non superava il 3%, e i suoi sostenitori erano ritenuti poveri nostalgici e presi anche un po’ alla leggera), mentre circa il 60% degli italiani ritiene che l’antisemitismo attule sia soltanto il frutto di casi isolati, da non prendere troppo sul serio. Un revisionismo storico che non tocca soltanto la questione ebraica, ma anche, come prevedibile, il fascismo e Mussolini. Se, fino a pochi anni fa, l’egemonia della sinistra e dei principi costituzionali avevano messo argini sicuri a tali opinioni, oggi quasi il 20% ritiene Mussolini un grande leader, inneggiando alla personalità “forte” che potrebbe risolvere i problemi nazionali da solo, alla maniera di un capo carismatico. Logico, quindi, che siano in drastica diminuzione quelli che pensano che un individuo nato, cresciuto e scolarizzato in Italia da genitori stranieri abbia il diritto a ottenere la cittadinanza italiana, facendo dell’integrazione e del rispetto delle diversità un nemico dacombattere, più che un fenomeno complesso da affrontare con le armi dell’inclusione.
Questi pochi dati mostrano una realtà che la sinistra o anche semplicemente qualsiasi democratico dovrebbe seriamente considerare: senza la ripresa non tanto di un partito (comunque indispensabile) con posizioni chiare sui temi citati e su molti altri, ma di un processo di costruzione di una cultura e di una etica diversa rispetto a quella espressa dalla nuova destra, e senza la dimostrazione che tale “alternativa” è più utile anche ai cittadini italiani in confronto alle chiusure anacronistiche e foriere di esclusione e odio che la destra propone, l’egemonia elettorale, oltre che culturale, continuerà a essere appannaggio della destra, con buona pace dei politici di sinistra, protesi a combattersi l’un l’altro pur di coltivare un sempre più modesto orticello.
Riprendere un ragionamento strategico sulle ingiustizie mondiali e le sue ricadute sul piano europeo e nazionale, sulla dilapidazione del patrimonio ambientale a partire dall’Africa e dall’America Latina (leggi Amazzonia), sul fenomeno migratorio come conseguenza di scelte fatte in larga parte dall’Occidente, di cui oggi paghiamo il conto e da affrontare non soltanto con una logica di sicurezza, quindi a valle, ma anche e soprttutto a monte, è il minimo che la sinistra possa fare per ricostruire un tessuto connettivo e sociale tale da rendere possibile, se non piacevole, la convivenza fra diversi, a cui nessuno, oggi, può sottrarsi.