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La questione elettorale: alla base dell’insuccesso delle democrazie africane

CISCAM da CISCAM
2 Settembre 2017
in Blog
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La questione elettorale: alla base dell’insuccesso delle democrazie africane
Esiste una battuta di spirito, nelle reti sociali di vari paesi africani, che sta circolando in questi ultimi giorni, e che riassume l’essenza dei problemi che molte democrazie africane stanno affrontando in questi anni: “Tre individui parlano su quali delle loro nazioni è più rapida nell’annunciare i risultati elettorali. Il francese dice: – Noi in Francia votiamo al mattino e la sera già conosciamo il risultato. L’americano: – Noi votiamo al mattino e a mezzogiorno già sappiamo i risultati. L’africano, sorridendo, afferma orgogliosamente. – Sinceramente, le vostre nazioni sono lente. Noi già prima di votare sappiamo chi ha vinto”.
 
La base delle moderne democrazie è il voto. Il voto non soltanto come diritto esercitato individualmente, ma anche e soprattutto come meccanismo in grado di garantire, in modo trasparente, che il risulato elettorale sia il fedele specchio della volontà popolare. Quando ciò non si verifica è possibile parlare di un vulnus nel sistema democratico, che difficilmente può essere rimediato, e che pone le parti in causa in una situazione senza uscita, spesso risolta con la violenza, con la repressione o con la rivolta armata di una delle due parti.
Ormai esiste una vasta letturatura, negli studi africani, che ha provato che, in molti paesi di questo continente, le elezioni non sono “decisive” – nel senso letterale del termine: ossia, fatte per decidere quale sarà il partito e il candidato presidenziale vincitori -, ma “confermative”, ossia uno strumento che la comunità internazionale ha imposto e da cui occorre passare per “confermare” al potere partiti politici (o addirittura individualità) che da sempre dirigono i rispettivi paesi, sin da quando questi sono diventati indipendenti.
 
Fiumi di denaro vengono investiti dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, da organizzazioni indipendenti come la Fondazione Carter o altre per “osservare” la regolarità delle elezioni nei vari paesi. Puntualmente, tali entità denunciano scorrettezze anche gravi nei processi di contaggio dei voti, che in genere terminano con la laconica frase “anche se queste (irregolarità) non hanno inficiato il risultato finale”. Tuttavia, quando sono i partiti di opposizione a sporgere denunce formali, chiamando in causa le istituzioni locali di giustizia a pronunciarsi sulla validità dei processi elettorali, le entità internazionali quasi mai appoggiano, in un modo o nell’altro, le rivendicazioni (di solito giustificate) dei partiti perdenti, appellandosi al loro senso di responsabilità e alla necessità che quel dato paese ha bisogno di stabilità. E che non si può quindi perdere troppo tempo nello stabilire chi sia davvero il reale vincitore.
 
Il meccanismo delle elezioni “confermative” ha ormai vasti esempi nel continente africano. All’interno di quei paesi che hanno adottato regimi democratici (escludendo, quindi, altri, che sono apertamente autoritari, come Eritrea, Guinea Equatoriale, Gambia, Repubblica Centraficana, ecc.), il caso dell’Angola, Mozambico, Africa del Sud, Zimbabwe. Kenya e molti altri ancora è emblematico.
Anche se ogni caso è un caso, e che non è possibile approssimare l’Africa del Sud agli altri paesi appena citati, vale la pena qui analizzare brevemente alcune delle situazioni verificatesi di recente, fra le quali quella kenyana, per comprendere quanto frequenti e complessi da gestire siano i vulnus che le popolazioni africane devono affrontare, sfociando frequentemente in situazioni di violenza incontrollata.
In Zimbabwe lo ZANU di Robert Mugabe governa da quando il paese si è liberato dal regime razzista bianco di Ian Smith, ossia dagli accordi londinesi di Lancaster House, nel 1979. Mugabe vinse le prime elezioni e fu nominato primo ministro, carica che ricoprì fino al 1987, data a partire dalla quale è Presidente della Repubblica.
 
A causa delle sue posizioni contro i bianchi possessori di grandi estensioni di terra nel suo paese, e di quelle contro gli omosessuali, lo Zimbabwe oggi è stato messo fuori dal Commonwealth e da altri organismi internazionali, passando da una situazione di relativo benessere a una crisi economica strutturale. Nel 2005, Morgan Tsvangirai fondò il Movement for Democratic Change, il maggiore partito di opposizione dello Zimbabwe. Nel 2008, dopo più di un mese di attesa, la Commissione Nazionale di Elezioni dello Zimbabwe dichiarò Tsangirai vicitore del primo turno elettorale col 47.9% dei voti validi, contro il 43, 2% di Mugabe. Tsangirai rivendicò, mediante un contaggio parallelo di voti, di avere raggiunto il 50,3%, e quindi di essere, di fatto, il nuovo presidente del paese. Notevoli violenze – condannate anche dalla comunità internazionale – furono messe in atto da parte dello ZANU, fatto che indusse Tsangirai a ritirarsi dal secondo turno, a causa della situazione eccessivamente pericolosa che si era verificata. Così, con Mugabe praticamente candidato unico, quest’ultimo fu rieletto alla presidenza della repubblica. Alle successive elezioni del 2013, 1/3 degli aventi diritto al voto (registrati quindi come elettori) erano morti o avevano una media di circa 120 anni, in un paese la cui media di vita è intorno ai 45. In parallelo, molti giovani non furono registrati, e così non poterono votare.
 
La campagna elettorale fu caatterizzata da violenze, specie nei centri rurali, pressioni sui mezzi di informazione da parte dello ZANU, soprattutto circa di 1 milione di elettori con nomi non validi (ossia: elettori fittizi). Ancora una volta, il Movement for Democratic Change presentò ricorso dopo i risultati elettorali, che la Suprema Corte dello Zimbabwe rigettò, definendo il processo elettorale “free, fair and credible”.
In angola, l’MPLA e il suo presidente, Eduardo dos Santos, hanno governato il paese sin dalla sua indipendenza, nel 1975 (fino al 1979 il presidente della repubblica era Agostinho Neto, morto in Unione Sovietica ufficialmente per motivi di salute). Soltanto con le ultime elezioni, Eduardo dos Santos, ormai ottantenne e gravemente malato, ha lasciato il “trono” a João Lourenço, il quale ha vinto con circa il 61% dei suffragi. L’Angola ha rifiutato che l’Unione Europea inviasse osservatori elettorali, mentre i partiti di opposizione, lo storico UNITA e il recente CASA, non hanno riconosciuto i risultati usciti dalle urne, facendo ricorso. Che, prevedibilmente, cadrà nel vuoto.
 
In Mozambico, il principale partito di opposizione, la RENAMO, mai ha riconosciuto la validità dei risultati elettorali. Nel 1999, seconde elezioni democratiche del paese dopo quelle del 1994, i sospetti di frode elettorale da parte del partito di governo, il FRELIMO, sembrava fossero ben fondati, ma le istituzioni locali (tutte controllate dallo stesso FRELIMO) confermarono la vittoria di questo partito e del suo candidato alla presidenza, Joaquim Chissano. In occasione delle ultime elezioni, frodi elettorali sono state riscontrate e confermate dalla stessa Commissione Nazionale delle Elezioni, con casi eclatanti, come quello di un seggio elettorale presso una scuola di Matola (seconda città del paese, parte della grande conurbazione che si è sviluppata intorno alla capitale Maputo), che aveva poco più di 900 elettori, in cui il FRELIMO ha ottenuto circa 1000 voti. Anche in questo caso, le istituzioni locali, pur riconoscendo episodi di frode, hanno però confermato la vittoria del FRELIMO e del suo nuovo candidato, Nyusi.
Per la prima volta, invece, il Kenya ha offerto uno scenario in parte differente: le ultime elezioni, svoltesi l’8 agosto scorso, precedute da violenze e morti alla stregua delle precedenti, hanno visto l’affermazione di Uhuru Kenyatta per circa 1,5 milioni di voti rispetto al principale rivale, il settantaduenne Raila Odinga. Tuttavia, il giudice della Corte Suprema, Maraga, ha dichiarato il processo elettorale “invalid, null and void”. Così, il Kenya dovrà realizzare, nel giro di 60 giorni, nuove elezioni, in un clima di guerriglia che ha già fatto una trentina di morti.
 
Il quadro appena riportato, al di là della “miracolosa” sentenza kenyana, che non fa che confermare la costante irregolarità dei processi elettorali in molti paesi africani “pluralisti”, evidenzia una caratteristica: le basi della democrazia africana non devono essere misurate con l’architettura istituzionale, costituzionale o legislativa di questo o quel paese, o almeno non solo con quella. Molto più semplicemente, dovrebbe analizzarsi`(e trovare il modo di garantire) la regolarità dei processi elettorali, senza la quale sempre vi saranno manifestazioni, disordini, morti, che spesse volte, per pure ignoranza, vengono classificati come “etnici”, ma che in realtà derivano dall’applicazione del modello elettorale “confermativo” anzichè di quello “decisivo”, così come sancito dalla Costituzione, dall’ordinamento e da varie leggi dei paesi africani “democratici”.

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