Nell’Italia settima potenza più industrializzata, in piena pandemia, accadono episodi che ci devono far riflettere e che devono far scaturire un’analisi su quanto viviamo nella nostra quotidianità. Episodi che possono sembrare banali ma che invece, colorano, è proprio il caso di scriverlo, la nostra difficile vita. E se c’è un Papa, Francesco, che continua a ripetere che siamo tutti fratelli, con qualunque colore della pelle, non sempre ce ne ricordiamo.
Anche perché negli ultimi anni c’è chi ha alimentato forme di razzismo esasperate ed esasperanti. Il fatto che sto per raccontarvi, brevemente, è accaduto nella meravigliosa Napoli. Hilarry Sedu avvocato italiano nato in Nigeria, consigliere dell’Ordine degli Avvocati del capoluogo della Campania si trovava al Tribunale per i minorenni di Napoli per lavoro e un giudice onorario, dubitando, forse anche per il colore della pelle, che potesse essere un avvocato, gli ha chiesto il tesserino e se fosse laureato. I giornali partenopei hanno pubblicato la narrazione social dell’accaduto.
L’avvocato Sedu ha scritto sul suo profilo Facebook: “giunto il mio turno per la discussione di una causa – il neo magistrato onorario mi chiede di esibire il tesserino di avvocato, lo faccio. Stupita o stupida, mi chiede se sono avvocato, poi ancora, mi chiede se sono laureato. Vi giuro che non è una barzelletta. Impulsivo come sono, ero tentato di insultarla, ma ho voluto mettere avanti il bene della causa da trattare, perché ne vale della vita della mia assistita e della sua bambina. No, non è razzismo, è solo idiozia. Più l’incompetenza di un organo amministrativo che non sa scegliere i componenti privati in ausilio della macchina della giustizia. Comunque, cara giudice (onorario), sono anche Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Napoli“. Una storia che non è passata inosservata anche sui quotidiani nazionali.
È un episodio che ci permette di tornare a riflettere anche sulla migrazione e come è stata e continua a essere rappresentata dai mezzi di comunicazione e anche in maniera disintermediata sui social.
Molto spesso ci siamo ritrovati a riflettere sul tema della migrazione e sul modo di comunicarla, e come ho avuto già modo di scrivere in una ricerca, il rischio è confondere i due piani: la comunicazione mediata attraverso i mezzi di comunicazione, e quella tra individui. Due piani che non possono essere separati ma possono agire in modo autonomo e condurre a rappresentazioni dell’individuo, anche in contrasto l’una con l’altra.
La questione dunque non investe semplicemente il modo in cui i media rappresentano il fenomeno, piuttosto il modo in cui questa rappresentazione viene costruita contribuisce in modo sostanziale alla formazione della cultura degli individui. Il linguaggio, le definizioni stesse che sono utilizzate in riferimento a migrazione e globalizzazione evidenziano come vi sia spesso un approccio superficiale e fuorviante che rischia di generare conseguenze gravi sul piano del modello stesso di società e dunque di democrazia applicata. Spesso si fa riferimento al multiculturalismo come strumento per realizzare una società inclusiva e capace di accettare l’altro, il diverso.
La globalizzazione ha dato vita a questa società liquida nella quale i punti di riferimento naturali sono perduti, assistiamo allo svilupparsi di una società fortemente individualista e, l’esplosione stessa di nuovi modelli relazionali come quelli che si stanno creando all’interno dei social network, ne è un esempio. Ma queste relazioni che nascono in un ambiente apparentemente senza confini e tendono a realizzarsi tra simili, che contributo possono fornire alla costruzione di una relazione con individui che giungono nel nostro paese da immigrati e spesso da clandestini?
L’avvento dei nuovi media e dell’affermarsi di nuove relazionalità porta ciò che caratterizza la contrapposizione tra “l’élite predominante” che vive nel mondo globale e quella parte che rimane ancorata ai propri luoghi e che anela a unirsi a quell’élite. Una contrapposizione che si manifesta attraverso il mezzo più diffuso ancora oggi, la televisione. La maggior parte degli spettatori televisivi sono dolorosamente consapevoli del fatto che è stato sbarrato loro l’ingresso alle feste planetarie «policulturali».
Viviamo nell’illusione di un’effimera condivisione, un’identità fragile, che allevia il senso di solitudine che la distanza tra noi e loro crea. In questo contesto si innestano gli altri, i migranti, che in qualche modo tentano di usurpare quella fragile identità, con i quali appare inverosimile dover condividere lo stesso sentire globale.
Siamo tutti diventati potenziali citizen reporters che, se solo dotati di uno smatphone, possono registrare e immediatamente inviare nelle reti globali qualsiasi illecito compiuto da chiunque, in qualsiasi luogo
Il mondo dell’informazione esercita esso stesso un potere che può venire messo in discussione, verificato e controllato da ognuno di noi. L’analisi proposta evidenzia come le nuove tecnologie non abbiano di per sé modificato il modo di fare informazione sul fenomeno dell’immigrazione, così come non sono in quanto tali esse stesse fattore di cambiamento sociale. Lo diventano nella misura in cui ognuno di noi riesce ad assumere un ruolo attivo, espande il proprio universo relazionale innescando un processo di comunicazione che crea consapevolezza e ascolto, attivando quei comportamenti che originano una nuova cultura partecipata.
Ma questa rappresenta una visione prospettica, la realtà mostra ancora troppe luci ed ombre. Individualismo e sensazionalismo prevalgono su condivisione e ascolto. Le urla del razzismo e del rifiuto sono la colonna sonora del nostro quotidiano. Il fenomeno non è governato, lavoriamo sull’emergenza e non sulla progettazione. Viviamo all’insegna della paura dell’altro e non dell’accettazione.
Se non comprendiamo la necessità del cambiamento, la società in rete costituirà isole invece di uno spazio comune. E l’episodio dell’avvocato Sedu, la necessità di usare i social, per raccontare al mondo la sua difficile giornata al Tribunale dei Minorenni di Napoli, dimostra che Facebook ha permesso di far conoscere il suo disagio ed il suo pensiero. E che i media lo hanno riportato integralmente. Certo avremmo preferito che il fatto non fosse mai avvenuto, ma almeno così abbiamo la possibilità di riflettere.
Francesco Pira è Professore Associato presso l’Universita di Messina e Membro del Consiglio Scientifico del CISCAM.