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Pentimenti africani di maggio fra buone intenzioni e opportunismo

CISCAM da CISCAM
31 Maggio 2021
in Blog
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Pentimenti africani

Secondo la religione cattolica, maggio è il mese dedicato a Maria. I credenti chiedono il perdono dei propri peccati alla Santa Vergine, che lo concederà, a patto che il pentimento sia sincero. Nella religione greca e romana maggio era il mese dedicato alle dee della fertilità, un mese quindi pieno di speranza e di vita. Nella storia recente, maggio è anche il mese dedicato all’Africa: il giorno 25, infatti, è stato dichiarato come Giornata Mondiale dell’Africa, in onore a quel 25 maggio del 1963, quando fu fondata l’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi Unione Africana), ad Adiss Abeba.

Non è dato sapere se per coincidenza astrale o intenzionalmente, in questo mese di maggio che sta per chiudersi vi sono stati almeno tre momenti di pentimento collettivo, che potranno restare lettera morta, così come iniziare un percorso di pacificazione fra entità e gruppi umani che hanno partecipato, in forme differenziate, a conflitti o episodi terribili di uccisioni di massa in epoche piuttosto recenti.

Cominciamo con l’Angola. È il 27 maggio del 1977, e Agostinho Neto, il medico primo presidente del paese dopo l’epoca coloniale portoghese, fa il punto della situazione coi suoi uomini rispetto al tentativo di colpo di stato da parte dell’ex-ministro dell’Interno, Nito Alves, espulso pochi giorni prima dal partito (MPLA) e dal governo. Il colpo di stato è ormai abortito, ma la reazione è brutale. Vengono massacrati da 30.000 a 50.000 angolani in quel fatidico 27 maggio 1977, la maggior parte dei quali senza alcun legame col colpo di stato fallito. Il presidente attuale, João Lourenço, succeduto all’”imperatore” José Eduardo dos Santos, presidente del paese dal 1979 al 2017, già nel 2019 aveva creato una Commissione per stabilire la verità sull’accaduto che, però, aveva funzionato talmente male da indurre la piattaforma della società civile che riunisce le organizzazioni delle vittime del 27 maggio (Fundação 27 de Maio) a uscirne, chiedendo essenzialmente due cose: l’accesso agli archivi della DISA (il servizio di intelligence angolano), e l’identificazione dei luoghi in cui i corpi delle vittime sono stati sepolti. Il 27 maggio scorso Lourenço ha chiesto perdono ai familiari delle vittime, garantendo che almeno i resti dei defunti saranno consegnati alle famiglie, in modo da celebrare finalmente funerali degni di questo nome.

Questa iniziativa avviene in un momento di notevole difficoltà del regime di Lourenço, e può quindi essere letta – pensando male – al tentativo di accattivarsi le simpatie di un elettorato urbano, concentrato in Luanda, certamente non tenero con tutta la storia dell’MPLA e del suo eterno governo. Ma, ed è questo l’auspicio, può anche essere letto come tentativo sincero per pacificare definitivamente gli angolani (ormai non più in guerra dal 2002), approfondendo e magari chiudendo con maggiori livelli di conoscenza la pagina più buia della storia di quella nazione. I prossimi mesi diranno quali delle due ipotesi è quella corretta.

Nello stesso giorno, il 27 maggio, il presidente francese Macron, in visita a Kigali (Rwanda) ha chiesto perdono a quel popolo, e soprattutto ai Tutsi, per il genocidio commesso 27 anni fa, di cui anche il governo francese dell’epoca sarebbe in parte responsabile, per avere sostenuto un esecutivo che si sarebbe poi macchiato di questo infame crimine contro l’umanità. “Responsabilità”, ma non “complicità”, secondo le parole di Macron, che ha tenuto a sottolineare come Mitterand, presidente all’apoca dei misfatti rwandesi, abbia potuto sì commettere errori anche gravi di valutazione politica, ma senza mai assumere uma posizione che, direttamente o indirettamente, avesse potuto favorire il genocidio dei Tutsi. Macron ha quindi concluso come occorra uscire da questa notte, per riprendere um cammino di pace insieme, Rwanda e Francia. Una iniziativa lodevole, senza dubbio, che ha tracciato i confini delle possibili responsabilità francesi in merito ai fatti del Rwanda all’inizio degli anni Novanta, e di cui è lecito chiedersi, anche in questo caso, la ratio: vero pentimento e necessità di rileggere la storia per giungere a conclusioni verosimili e condivise dalle due parti, o opportunismo politico rispetto a um paese, appunto il Rwanda che, con la figura de Paul Kagame, sta arrivando ad avere uno statuto di potenza regionale, favorita in questo dall’efficienza che il suo presidente le sta garantendo, anche se a scapito di evidenti limitazioni delle libertà individuali? Il tempo dirá quanto onesto è stato il pronunciamento di Macron, e quanti interessi, invece, stanno dietro a questo pentimento comunque storico.

Infine, dalla Francia alla Germania il passo è breve. Anche il governo tedesco, in questo maggio dei pentimenti, ha compiuto un passo significativo verso quella che era uma delle sue più importanti colonie africane, la Namibia. La Namibia venne dichiarata colonia tedesca da Bismarck nel 1884, col nome di Africa Tedesca del Sud-Ovest, e fu mantenuta fino al 1915, quando truppe inglesi e sudafricane sconfissero le ultime resistenze dei pochi soldati tedeschi di stanza nel paese. Il colonialismo germanico in Namibia fu particolarmente duro, soprattutto negli ultimi anni, in seguito a insurrezioni da parte delle popolazioni locali (note genericamente col nome di Ottentotti), costrette poi al lavoro forzato e obbligate a occupare i territori desertici che ancora oggi caratterizzano gran parte del paese. Pochi giorni fa Berlino ha ufficialmente dichiarato – attraverso il suo ministro degli esteri, Heiko Maas – che la Germania, all’inizio del secolo XX è stata protagonista di un vero e proprio genocidio contro le locali popolazioni degli Herero e degli Nama. La dichiarazione è stata accompagnata dall’impegno nel pagare 1,1 miliardi di euro di risarcimenti alla Namibia nei prossimi 30 anni. Questa iniziativa risulta da cinque anni di trattative fra i due governi, essendo sfociata nella richiesta di perdono, da parte del governo tedesco, per le atrocità commesse contro le suddette popolazioni locali, a cui il presidente della Namibia, Hage Geingob, ha risposto favorevolmente.

Anche nel caso tedesco, vi è da chiedersi quanto sincero sia il pentimento, e quanto ci sia, invce, di opportunismo politico. Va ricordato che la Germania, nel 2014, ha approvato um nuovo piano di cooperazione con l’Africa, e che nel 2020 Berlino ha lanciato un vero e proprio Piano Marshall per l’Africa, attratto dalle sue sterminate risorse. Però, va sottolineato, almeno la Germania un po’ di soldi di risarcimento in favore della Namibia li ha messi, come dimostrazione della sua buona volontà…

Insomma, per dirla alla Manzoni, fu vera gloria? Ai posteri (ossia, a noi) l’ardua sentenza…

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