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Se ce lo avessero chiesto

CISCAM da CISCAM
31 Gennaio 2021
in Blog
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Mugabe
“Se ce lo avessero chiesto” è il nome che gli Zulu dell’Africa del Sud danno a uno splendido pesce, rivelatore delle contraddizioni della natura: da un lato, questo prodigio ittico è di una bellezza tale che anche la più distratta delle occhiate si lascerebbe sedurre dai suoi contorni estetici; ma, dall’altro lato, si tratta anche di un esemplare estremamente velenoso e pericoloso per il consumo umano. I boeri, utilitaristi, e disprezzando i costumi e le pratiche “di quelli che già si trovavano là”, si lanciarono sul teleosteo con quella brama e cupidigia di chi non conosce l’astinenza.
 
Il risultato fu che, come accade ancora oggi nel rapporto dell’uomo con la natura, questa icona della bellezza fu una flagello alimentare che decimò molti di loro. “Perché non ce lo avete detto?”, chiesero scandalizzati – come se per i conquistatori le opinioni, le conoscenze e i valori dei subalterni potessero avere un qualche significato – al che gli Zulu replicarono, sarcastici, “se voi ce lo aveste chiesto!”…
Allo stesso modo, se Trump avesse domandato a qualsiasi regime al potere in Africa come si vincono le elezioni, mai avrebbe perso; se avesse chiesto alla CIA, alla DGSE francese o al Mossad come si fanno i colpi di stato di palazzo, non avrebbe sbagliato. Ma, “presunzione e acqua benedetta, ciascuno prende quella che vuole…”
 
Le ultime elezioni nord-americane ci dovevano insegnare che le nazioni – tutte – sono costruzioni in fieri, che l’unità nazionale è un processo sempre in formazione; non soltanto in Africa e in Mozambico, ma anche nella Catalogna e nella Spagna, nei Paesi Baschi e nella Francia, nella Baviera e nella Germania, nell’Alto Adige e in Italia, nell’Irlanda, nella Scozia e nel Regno Unito, nella Vallonia, nelle Fiandre e in Belgio e, sappiamo adesso, anche nella nazione nord-americana,fra unionisti del nord e confederati del sud, fra il KKK e i difensori dei diritti civili, fra i suprematisti bianchi e i George Floyd neri. Le elezioni americane hanno anche insegnato che la possibilità di una vita sociale pacifica dipende dalla supremazia del Diritto, dall´esistenza di istituzioni forti e indipendenti – oltre ai partiti – capaci di imporre, ostinatamente, il rispetto per la legge.
 
Tuttavia, oltre alla legge e alle istituzioni, sussiste la questione del significato della democrazia, del rapporto fra il potere e il popolo. Obiden (Obama-Biden) non ha rinunciato a strumentalizzare quel povero Dio biblico – che quando giovane e inesperto si alleò soltanto con le dodici tribù di Israele, ma che con l’età e l’esperienza si universalizzò, ampliando la sua alleanza all’umanità intera – trasformandolo in nord-americano – God bless América (e gli altri?) -,cosìcome non ha rinunciato alle trombe faraoniche che lo hanno ossannato come il nuovo caput–mundi, con i bayetes dei d’ora in poi sudditi: Ave Caesar, morituri te salutant.
In ogni caso, in nome del pericolo dei trambusti trumpiani, ha rinunciato alla presenza del popolo. Sembrava affermare che, come avviene per la FIFA o il football che, anche essendo lo sport più popolare del mondo, si può praticare senza pubblico (popolo) e senza tifosi (bastano i soldi della pubblicità), così la democrazia non ha bisogno del popolo, sono sufficienti le televisioni e le piattaforme virtuali.
 
Esistono, storicamente, forme – e modelli istituzionali – differenti di rappoto fra governanti e governati. Nelle teocrazie esso presuppone una distanza (abissale) fra il re/sovrano/imperatore e il popolo. In Egitto, soprattutto dal regno di Akhenaton e della moglie Nefertiti (iniziato verso il 1353 a.C.), i quasi 2000 dei precedenti furono vietati e fu instaurato un monoteismo basato sul Dio-Sole (Aton), rappresentato dallo stesso Faraone. La metafora della luce ispiratrice e divina fu ripresa in varie circostanze, in epoche più recenti, come nel caso francese del Re-Sole, Luigi XIV (1643-1715), in cui il sovrano cercò di rafforzare l’adorazione e il culto per la sua stessa persona, con celebrazioni permanenti a Versailles, e con ritratti che lo rappresentavano come Giove, come nel quadro di Charles Poerson.
 
L’assolutismo e l’adorazione divina del re è nemica del pensiero libero, per questo i filosofi vi si sono sempre opposti. Il caso più famoso di questa opposizione fu quello di Cicerone, filosofo romano, vicino alle idee degli Stoici e grande difensore della Repubblica contro l’Impero, ucciso – dopo l’assassinio di Giulio Cesare – nella sua villa di Formia, su ordine del triumvirato composto da Antonio, Ottaviano e Crasso.
La seconda forma di rapporto fra governati e governanti è rappresentata dal leader popolare – con caratteristiche di leader carismatico, descritte da Max Weber. Le sue principali manifestazioni appaiono nella Grecia democratica, ma soprattutto a Roma, nel Medioevo, con figure come il tribuno del popolo Cola de Rienzo, letteralmente adorato dai Romani per molto tempo, ma ucciso dallo stesso popolo in occasione della rivolta del 1354. I grandi leaders ‘popolari’ come Mussolini, Hitler, Stalin (dopo Kruschev) ebbero lo stesso destino, adorati per molti anni, ma morti in disgrazia e abbandonati dallo stesso popolo che tanto li aveva esaltato. Nel contesto africano sono emblematiche le figure di Nkrumah – che fu vittima di un colpo di stato nel 1966, che lo obbligò a uscire definitivamente dal paese alla cui costruzione aveva contribuito – di Mugabe, dello Zimbabwe, per molto tempo considerato il buon pade della patria e destituito dall’incaricopresidenziale nel 2017; o ancora di Guebuza in Mozambico, esaltato durante il suo governo (2004-2014) e disprezzato un minuto dopo avere lasciato il potere. Per opporsi  all’assolutismo dei governanti, molti intellettuali africani sono stati perseguitati (Cheik Anta Diop, Teophfile Obenga), esilati (Jean-Marc Ela, Valentin Yves Mudimbe, Wole Soyinka, Chinua Achebe, Mongo Beti, Célestin Monga) e perfino uccisi (Engelbert Mveng).
 
Infine, il rapporto governati-governanti può avere come base una tradizione in cui predomina l’elemento collettivo – a scapito di quello individuale -, come nel caso delle democrazie mature, ma anche delle società rurali africane, coi suoi  consigli degli anziani o equivalenti. Nelle democrazie mature il leader non ostenta il suo statuto, la sua importanza o potenza. In Svizzera, Svezia, Norvegia, Danimarca si ignorano perfino i nomi del presidente e/o ministri, non perché non siano importanti, ma perché il sistema di governo sottintende una democrazia in cui le decisioni sono prese in modo collettivo; in cui i Parlamenti esercitano una funzione centrale, e in cui le popolazioni hanno il diritto – nella pratica e per via istituzionale – a esprimere le loro idee, critiche e suggerimenti alle istituzioni locali. Nelle democrazie africane, non istituzionalizzate, quando un consiglio dei pari (generalmente anziani) dibatte e prende decisioni sulla vita e il futuro della comunità, non c’è necessità di adorare o idolatrare nessuno: l’essenziale è il rispetto dei principi (nomos) e delle tradizioni (nomois). In questi due casi il sistema è più stabile ed equilibrato, senza momenti di esaltazione e di posteriori vituperi o fin’anco persecuzioni contro questo o quel leader…
 
La cerimonia di investitura de Obiden, come caput mundi, ci rimette a una grande questione che coinvolge, non soltanto il potere simbolico, ma anche quello pratico, il tipo di leadership – in questo tempo di incertezze, per parafrasare Edgar Morin – e sfide planetarie che attendono il mondo. Quale sarà il posto lasciato alla voce dei popoli, non soltanto di quelli che fanno parte del nuovo multilateralismo (sempre laterale), ma anche di quelli che soffrono sulla propria pelle gli effetti dei mutamenti climatici, del  terrorismo  economico (interessi dei debiti pubblici e dei debiti pubblici occulti,come il Mozambico), militare e, ancora, dei regimi dei Trump e trampisti locali?
 
Le armi – e gli attentati -, il cui terrore vi ha fatto prescindere dal popolo, in uno degli atti simbolici più significativi della vostra democrazia, qui (in Mozambico) non spaventano, uccidono; e lo fanno col carattere della contraddizione della vostra democrazia, del vostro senso dell’umano e fin’anco del proselitismo del vostro credo in un Dio tribale, esclusivamente vostro, che vi autorizza a tutta una sorta di imbrogli (e vendette) contro gli altri.
Se ce lo avessero chiesto, ci saremmo eretti, fermi contro l’invasione, non soltanto del vostro Campidoglio, ma di tutti i Munchungue e di tutte le Mocímboa del mondo.
 
 
* Traduzione del testo originale in lingua portoghese, pubblicato nel site filosofiapop.com.br

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